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    Allo Stabile di Catania “L’isola del Teatro” debutta con “La città di plastica nel giardino dei sogni” 

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    Storie di vite rese tragiche dalla brutalità di uomini troppo intenti a portare avanti i propri interessi. Il teatro Stabile di Catania inaugura il cartellone “L’isola del teatro” con lo spettacolo “la città di plastica nel giardino dei sogni”.

    In modo coerente con gli ideali del teatro di Sciascia e di Fava, il direttore Giuseppe Di Pasquale inaugura brutalmente la stagione 2015 con uno spettacolo di denuncia.

    L’opera, infatti, scritta dai giornalisti Silvia Resta e Francesco Zarzana, partita da Carpi e giunta fino a Parigi, è il frutto di anni di inchieste, di incontri, di racconti e interviste fatte nei più svariati paesi del globo che, per il loro essere così tragiche e quasi surreali, avevano bisogno di essere narrate e ascoltate da tutti.

    «Il messaggio è esplicito: “La città di plastica” offre al pubblico le storie di tre ragazze, tutte drammaticamente autentiche e drammaticamente reali, come quelle di tante che nel mondo non riescono a raggiungere i loro sogni e le loro speranze» dice Francesco Zarzana, che dopo anni dediti al mestiere del giornalismo insieme alla collega Silvia Resta ha avvertito profondamente la necessità di far conoscere quelle storie a tutti attraverso una profonda e sentita piéce di denuncia. «L’impegno – spiega la regista Norma Martelli è quello di far arrivare in platea, attraverso l’emozione, riflessioni sulla condizione di tante ragazze, giovani donne che hanno una sola grande colpa: quella di volere vivere».

    Attraverso le scene di Camilla Grappelli e Francesco Pellicano, e i suoni a cura di David Barittoni, una splendida 

    hanifa due_n

    Claudia Campagnola ha portato dunque sulla scena le commoventi storie di Hanifa, Rose e Neda. Tre giovani donne portate dalla vita a scegliere tra la libertà e lo schiavismo, tra la loro indipendenza e la necessità di sottostare a consuetudini tacitamente accettate a causa della povertà e della disinformazione. Fosse infatti esso nelle vesti di un mostruoso uomo senza scrupoli, o nelle sembianze di un’enorme e opprimente multinazionale o, infine, avesse la parvenza di una labile democrazia, in Afghanistan, in Kenya o in Iran, l’interesse al profitto e alla soddisfazione personale, pur di giungere ai suoi più perversi scopi di gloria e di ricchezza, ha leso senza scrupoli la vita di queste e di molte altre donne.

    La storia di Hanifa è quella di una comune sedicenne Afghana scelta come moglie-bambino da un vecchio e ricco connazionale. Come lei, molte altre donne del suo Paese vengono scelte da benestanti signori, anche molto piccole, per essere poi comprate e usate come oggetti. La volontà di sfuggire però a questa brutalità le porta a compiere dei gesti estremi e violenti nei confronti di se stesse: spesso decidono infatti di cospargersi di benzina e darsi fuoco pur di non essere più appetibili agli occhi di quegli stessi uomini senza scrupoli. Imprimendo a caro prezzo sulla propria pelle il bisogno di quella libertà che dovrebbe essere innata.

    Rose, vive in Kenya, a mezz’ora dallo splendido lago Naivasha. La bellezza di quel posto tuttavia, è stata vista come un’opportunità di ricchezza e benessere da una multinazionale di rose che, viste le condizioni ottimali, ha deciso di costruire proprio sulle sponde di quel lago un’enorme serra. Acqua e manodopera a basso prezzo sono presenti in quantità. Sotto gli immensi e cocenti teloni trasparenti, le donne sono però costrette, mentre chine tagliano quantità infinite di rose, ad aspirare polveri chimiche, fertilizzanti e insetticidi, nocivi per la loro salute. Fuori da quella città di plastica, quelle stesse sostanze chimiche sono rigettate nel fiume Naivasha, ora divenuto una palude. Così i fenicotteri non vengono più. E così sono morte numerosissime donne africane, giovani, giovanissime, con due, tre, quattro figli da crescere. Sono morte di cancro, per quaranta dollari al mese.

    Infine Neda. Il suo nome vuol dire “chiamata”, “voce” e la sua storia è servita a darne una al popolo Iraniano. Neda era una studentessa di Teheran scesa in strada a protestare nel 2009 contro i brogli elettorali avvenuti al seguito delle elezioni presidenziali. La sua morte, ripresa da un video amatoriale, ha fatto il giro del mondo, divenendo emblema della lotta contro la repressione del regime.

    L’opera arriva dritto allo stomaco dell’attonito spettatore. I gesti e le parole, pesate ma brutali, della bravissima Claudia Campagnola sono come schiaffi in pieno in viso per gli sconvolti astanti.

    Di tutto questo abbiamo parlato con la stessa Claudia Campagnola:

    Com’è stata maturata la scelta del teatro come mezzo per parlare di queste incredibili storie?

    Lo spettacolo parte dal lavoro di Silvia Resta che è giornalista di La7 ed ha personalmente incontrato Hanifa e Rose. Da queste stesse interviste è sorta poi la necessità di fare uno spettacolo. Su proposta di Francesco Zarzano dunque, attraverso uno scambio di idee anche con me e la regista è nato questo splendido

     testo. Il teatro, secondo me, è stato di conseguenza il veicolo più appropriato per raccontare queste storie, perché smuove la coscienza: mentre invece davanti alla televisione passiamo un po’ distratti, sbrigando altre cose, il teatro colpisce al cuore. E i ragazzi delle scuole medie e dei licei che abbiamo incontrato ci hanno confermato come il teatro arrivi “attraverso il sentimento”.

    Cosa ha comportato, nella tua vita, interpretare Hanifa, Rose e Neda?

    Per me è stata un’esperienza molto dura, perché io vengo dalla commedia. Come attrice è stata un’operazione molto difficile perché non riuscivo a trovare il giusto equilibrio dei sentimenti. Perché ovviamente dinanzi a queste storie qui, se si ha un minimo di sensibilità, non si riescono a trattenere le lacrime: io arrivavo ad un certo punto e piangevo durante le prove. Quindi c’è stato un lavoro molto preciso con la regista per equilibrare i sentimenti durante lo spettacolo, per cercare di lasciarmi coinvolgere, ma al contempo rimanere lucida per portare avanti la storia. Il pericolo che si corre sia recitando sul palco, che redigendo un’opera come questa è quello di teatralizzare, cioè fare del dolore altrui uno spettacolo. Invece questa vuole essere un’opera di denuncia.

    Secondo te come sarebbe accolta l’opera in quegli stessi Paesi da cui hanno origine le tre storie?

    Per quanto riguarda l’Iran probabilmente rischieremmo la vita. All’inizio infatti la regista aveva l’idea di lavorare anche con un violoncello sul palco. Lei conosceva una violoncellista iraniana che è addirittura venuta alla prove. Ma dopo aver visto lo spettacolo ha rinunciato, perché temeva che una volta rientrata in Iran sarebbe potuto succedere qualcosa a lei o alla sua famiglia.

    Che impatto ha avuto a livello politico sociale la vostra opera?

    Lo spettacolo è stato visto dalla Boldrini ed è stato molto bello parlare anche con lei di tematiche come l’immigrazione e la presenza in continenti come l’Africa di queste multinazionali. Poi abbiamo fatto una replica per il Sindaco di Lampedusa. Infine hanno lavorato con noi moltissime associazioni, addirittura un’associazione africana. Comunque noi abbiamo cercato di coinvolgere più gente possibile per rendere visibile questo spettacolo che racconta delle storie troppo importanti. Ad esempio tutti rimangono stupiti per la storia di Rose, perché è una cosa che nessuno sa. Di solito si pensa ingenuamente che le rose vengano prodotte veramente ad Amsterdam. E invece no.

    hanifa

    Com’è nata, invece, la scena?

    All’inizio si pensava di mettere acqua dappertutto perché le tre storie sono legate un po’ da questo senso dell’acqua: c’è il fiume nella storia di Hanifa, il lago in quella di Rose e il corteo che sfila in protesta nella vicenda di Neda è paragonato proprio ad un grande torrente che scorre. Però la resa sul palco non ci convinceva. Allora Camilla Grappelli ha pensato a dei secchi, se li è proprio immaginati, tanti secchi sulla scena. La scena, quindi, risulta solo evocativa anche perché le parole con cui i luoghi sono descritti fanno sì che le immagini del paesaggio arrivino comunque alle menti degli spettatori.

    E l’accoglienza catanese?

    L’accoglienza catanese è stata bellissima, tant’è che dopo nove repliche di fila non me ne andrei comunque! I ragazzi mi hanno stupita tantissimo: attenti e con delle domande intelligenti. È stato molto stimolante e soddisfacente.

     

    Martina Toscano

     

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