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    Un momento importante per la Repubblica (e per la nostra città) 

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    La crisi dei diritti

    Il momento che viviamo è attraversato da una crisi profonda. Una crisi non solo semplicemente economica, ma anche sociale e valoriale, nella cui confusione vengono messe a rischio le conquiste sudate e pagate a caro prezzo dalle generazioni passate. Sul lavoro, nel campo dei diritti civili e sociali l’idea stessa di cittadinanza ha subito uno svuotamento e uno stravolgimento preoccupanti, mentre si consumava sempre di più la distanza tra la classe politica e la massa elettorale. Invece di reagire come accaduto altrove, nella Repubblica la costruzione di alternative e progetti si è inceppata spesso e volentieri: la fase ristagnante della sola critica (o peggio della restrizione dentro vecchi schemi) ci ha bloccato in una prospettiva in cui sembra impossibile riprendersi quello che viene gradualmente eroso ed è certamente impensabile sviluppare modelli di gestione della politica e dell’economia nuovi e sostenibili.
    Le sostenibilità sociale, ambientale, culturale che troverebbe campo d’esplorazione e attuazione nel terreno dei beni comuni, dell’autogestione e della cooperazione nel lavoro sono solo attori minori e scarsamente considerati dell’arena politica. Oggi tutte le grandi discussioni dei nostri peggiori e meglio pagati rappresentanti si vanno concentrando su questioni il più delle volte effimere o basate sul nulla. E quando si affrontano temi di importanza centrale, il livello è talmente basso da essere imbarazzante. Si può parlare per ore dello spread, dei crimini degli immigrati, della sacralità del matrimonio tra persone di sesso diverso, passando per luoghi comuni e fariseismi improvvisati. Invece i veri dilemmi della nostra democrazia restano irrisolti, così difficili da essere anche tragici, a volte anche privi di una soluzione: il costo dei diritti- ad esempio, la reversibilità pensionistica per le coppie gay, l’uscita dallo schiavismo di tanti braccianti africani, la redistribuzione del reddito– e di tutta l’educazione al loro uso può essere sostenuto dalla nostra comunità e su quali basi? Le domande che colpiscono il nervo crudo della questione meriterebbero di essere elaborate insieme da più persone, magari recuperando il rispetto verso l’autorevolezza e il confronto tra parti diverse della società: né dall’orda barbarica della nostra classe dirigente, né dall’olimpo elitario dei dispensatori di saperi.
    Gli spazi per elaborare le risposte e per definire le domande non sembrano più essere collocati laddove ci si aspetterebbe. Per un periodo si è anche creduto che a trovare soluzioni e piazze di partecipazione e responsabilizzazione della cittadinanza ci avrebbe pensato la grande intelligenza collettiva della Rete. La quale, al più si è dimostrata uno strumento, utile anche a rivelare il peggio dei nostri concittadini. In questo senso, quando, ad esempio si è messa in atto la lapidazione digitale della Boldrini o della Kyenge, è venuto fuori un vuoto culturale, anche nel senso stretto di cultura politica, di filtro di ragionamento ed elaborazione, che una volta i grandi partiti, nel bene e nel male, non avrebbero mai permesso. Questo non vuol dire mica che manchino del tutto spazi di elaborazione ed educazione politica: centri culturali, centri sociali, associazioni, fondazioni e movimenti assicurano ancora oggi meglio degli organismi classici di partecipazione delle aree di questo tipo. Ma non sono proprio appannaggio di tutti e non sono nella maggior parte dei casi uno spazio di mediazione tra Istituzioni e cittadinanza.

    La Casa dei Diritti

    Il Comune di Milano ha costituito un’oasi che risponda a questi bisogni. Lo spazio in questione, la ‘Casa dei Diritti’ è sia il luogo in cui si concretizza l’erogazione di servizi che quello in cui partecipare attivamente all’applicazione dei diritti democratici, anche attraverso la proposta e l’organizzazione di eventi. Il filo conduttore alla base di tutto è la lotta alle discriminazioni, che sembra anche un concetto piuttosto banale- o, meglio, banalizzato-. ‘Housing sociale – Residenzialità – Tutoring (dipendenze ed HIV/AIDS)’, Prevenzione e contrasto alla violenza di genere’, ‘Contrasto al fenomeno della tratta’ sono i servizi a cui si può accedere. Mentre una sequela di sportelli fa fronte a tutta una serie di necessità legate al mondo LGBT, degli italiani di seconda generazione, dei migranti. In questa prospettiva, un centro del genere fornisce un terreno comune ai rappresentanti delle minoranze e gli può essere deputato il ruolo di mediazione tra esse e le Istituzioni: è un luogo dove i conflitti sociali possono essere armonizzati ed elaborati praticamente. Non solo: è un luogo dove si fa riferimento agli ultimi, spesso e volentieri esclusi da qualsiasi agenda politica, se non chiamati a interpretare il ruolo di comparse.
    Ci sono poi due sportelli che potrebbero essere presi ad esempio come ricettacolo di tutte le potenzialità di un centro del genere. Il primo si chiama ‘Tutta la genitorialità possibile’, da cui estraiamo la descrizione: ‘Con la collaborazione di VOX Osservatorio sui Diritti, SOS Infertilità ONLUS ed alcuni ginecologi specializzati, è attivato lo spazio informativo, di orientamento e di consulenza in Italia per le coppie, finalizzato a chiarire aspetti medici, legali ed operativi della procreazione assistita dopo al sentenza della Corte Costituzionale sulla Legge 40 e sulla fecondazione eterologa’. Si pensi a quanto sia difficile per tanti genitori concepire un figlio ed essere anche informati su come affrontare l’infertilità, relegata all’angolo della vergogna e repressa come un argomento da cui fuggire senza spiegazioni. Si pensi alle incredibili difficoltà di chi vuole anche semplicemente sapere come affrontare l’evenienza di una simile circostanza.
    L’altro, il ‘Registro per il deposito delle attestazioni anticipate di volontà’, rappresenta un altro tentativo coraggioso di mettere in luce un argomento-tabù: ‘Offre ai cittadini milanesi la possibilità di iscrizione in un registro istituito per l’attestazione del deposito delle dichiarazioni anticipate di volontà sui trattamenti sanitari, in materia di prelievi e trapianti di organi e tessuti, nonché in ordine alla cremazione e alla dispersione delle ceneri e, se individuati, i nominativi ed i dati anagrafici dei fiduciari che hanno il compito di collaborare  all’attuazione delle volontà espresse’. Ne va da sé che un luogo come questo mette anche le persone in condizioni di capire che cosa sia un testamento biologico, alimenta il dibattito, solleva una questione, informa. Non lascia che una conquista civile si deteriori nel disuso o nell’abbandono.
    Questo approccio dinamico ai diritti e a tutta la difficile attrezzatura della democrazia potrà apparire perlomeno non sufficiente, specie come luogo di educazione alla cittadinanza. Eppure svolge una funzione pratica, d’esempio, di stimolo. È la concessione degli spazi e il loro uso critico che può servire ad avvicinare interi segmenti della società completamente abbandonati a se stessi. Perché non dare anche a Ragusa questa occasione? Perché non permettere la declinazione locale di questo esperimento? Perché non darci questa occasione? È velleitario, è costoso, è inutile? Ma quanto costa, invece, non investire nei diritti?

     

    Giulio Pitroso

    About the author: Giulio Pitroso

    Giulio Pitroso, nato nel 1989 a Ragusa. Laureato in Lettere Moderne a Catania, in Culture Moderne Comparate a Torino. Ha collaborato con Il Clandestino con Permesso di soggiorno, Sciclipress, IlMegafono.org. Ha diretto dalla sua fondazione Generazione Zero Sicilia fino al luglio 2012. Dallo stesso anno è presidente di Generazione Zero. I suoi articoli sono stati ripresi su Liberainformazione e i Siciliani giovani.

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