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    L’eccidio dei Valdesi: massacrare nel nome di Cristo 

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    Il Viceré ordinò una caccia all’uomo senza precedenti, che portò letteralmente allo sterminio di quegli innocenti. In undici giorni ne vennero massacrati duemila e altrettanti furono imprigionati in attesa di fare la stessa fine. Un contemporaneo così descrisse quel «sacro macello»: «Oggi a buon’ora si è ricominciato a far l’orrenda iustitia di questi Luterani, che solo in pensarvi è spaventevole: e così sono questi tali come una morte di castrati; li quali erano tutti serrati in una casa, e veniva il boia e li pigliava a uno a uno, e gli legava una benda davanti agli occhi, e poi lo menava in un luogo spazioso poco distante da quella casa, e lo faceva inginocchiare, e con un coltello gli tagliava la gola, e lo lasciava così; di poi pigliava quella benda così insanguinata, e col coltello sanguinato ritornava a pigliar l’altro, e faceva il simile».

    Indro Montanelli – Storia d’Italia, Vol II – L’Italia della Controriforma

    Piangere sul sangue versato

    All’albeggiar (seppur oramai ben inoltrato) del XXI secolo, un urlo di dolore si alza in cielo: quello della cristianità sconvolta, sempre più, dai massacri senza requie del popolo cristiano, in ogni luogo del mondo. Assassini di ogni sorta: musulmani, comunisti e mangiapreti. Che sia inopinabile che alcuni di questi casi (si pensi all’operato dell’ISIS di questi giorni) rappresentino un vero e proprio spargimento di sangue ingiustificabile è senza ombra di dubbio certo. L’attuale vicario di Cristo, Papa Francesco, ogni domenica lancia il suo appello contro questa barbarie nei confronti dei figli di Dio. Eppure, il vicario di Cristo e i suoi devoti fedeli avranno dimenticato quando quella mannaja tanto deprecata di questi tempi non era in mano agli “infedeli”. Per carità, di fronte a questo spargimento di sangue un’amnesia temporanea potrebbe anche essere giustificata. La Chiesa Cattolica però, probabilmente ha dimenticato quando in secoli passati recitava, con veemenza, quella grande Crociata contro quegli infedeli che, forse, poi così “infedeli” non erano. Soprattutto nella “cattolicissima” Italietta sono occorsi dei massacri che farebbero di certo invidia all’Iraq, alla Nigeria o a qualsiasi altro posto dove esseri umani (perchè in realtà dovrebbe essere questo il vocabolo importante, non quello di “cristiano”) vengono quotidianamente accoppati. Bisogna fare un passo indietro nel tempo, ben sapendo quanto un certo lato della cristianità sia un po’ allergica alla cosiddetta memoria storica. Gli anni in questione sono il 1561 ed il 1655. Nord e Sud, una volta tanto, uniti: ma nel comune intento di cancellare dalla faccia della Terra altri esseri umani poco graditi. Chi sono le vittime di questi pogrom? I Valdesi. Chi sono i loro carnefici? I cattolici.

    Pasque inquisitorie

    I Cristiano-Protesanti Valdesi, già dichiarati eretici alla loro comparsa nel panorama religioso mondiale, nelle valli piemontesi all’incirca nel XII secolo, iniziarono la loro diaspora in seguito alle persecuzioni subito dopo la loro messa al bando. Se una parte di loro riuscì comunque a risiedere, nei secoli successivi, nelle valli valdesi originarie (dove tuttora il nucleo della loro comunità è situato), altri, dal XIII secolo in poi, iniziarono la discesa giù per lo “stivale” alla ricerca di un ambiente adatto alla loro “sopravvivenza”. L’habitat perfetto pareva quello della Calabria, dove questo popolo ha vissuto pressocchè nella pace fino, per l’appunto, al 1561. Precursori della Riforma Luterana, i Valdesi ne subirono le conseguenze con una feroce rappresaglia cattolica. Guidati dagli ordini del Papa, dell’inquisitore e del vicerè, i calabresi, in nome di Cristo (come tutte le Crociate “alla vecchia maniera” che si rispettino) fecero scempio delle vite di questi poveri malcapitati. Massacrati nelle loro stesse strade e case, molti di loro furono trascinati nel paesino di Montalto, e condannati a morte. Ben 1600 valdesi vennero portati, l’11 giugno del 1561, di fronte alla Chiesa del paese e barbaramente trucidati. Uomini e donne, vecchi e giovani: nessuno ebbe scampo. Come consuetudine del tempo, i corpi vennero allegramente squartati e appesi per le strade di tutta la regione, per dare il fulgido esempio del costo della ribellione al Clero costituito. Il secolo successivo non fu certo più benevolo. Arriviamo all’anno di grazia 1655. L’eresia delle valli valdesi in Piemonte sembrava, fino alla prima metà del XVII secolo, lontana dal subire persecuzioni o, quantomeno, lontana da impunite stragi. La compagnia di Gesù però (ironia della sorte il papa attuale è proprio un gesuita) non vedeva di buon occhio questi “scismatici” e, dall’alto della loro influenza, misero la pulce nell’orecchio ai Savoia per continuare l’opera di debellamento già attuata nei secoli passati. Si passò in breve tempo dalla ghettizzazione al pogrom vero e proprio. E fu l’inizio di una guerriglia senza quartiere. A colpo su colpo si rispose con l’ennesimo massacro. Il 24 Aprile del 1655, vigilia di Pasqua, in Val Pellice, fulcro della vita valdese dove, oltretutto, imperversava la “resistenza”, i soldati e i mercenari savoiardi si scatenarono. 1712 persone vennero passate per le armi, senza pudore o rimorso alcuno, senza che prima fosse data in omaggio una sana dose di stupro e di tortura. Furono queste le cosiddette Pasque Piemontesi. Sull’altare, sgozzati come gli agnelli, finirono delle persone che avevano l’unica colpa di essere eterodossi dal culto di Stato. Se si pensa a questi due semplici, ma raccapricianti casi, si può giungere alla conclusione che il nostro così tanto civile clero ha autorizzato, nel suo passato, delle spedizioni punitive che hanno un’efferatezza e una ferocia nazista. La Storia, di tanto in tanto, dovrebbe essere rispolverata, invece di essere relegata a passatempo per nullafacenti. Chissà quanti buoni cattolici, oggigiorno, ignorano questi eventi passati, indignandosi (com’è comunque giusto che sia) di fronte alle stragi odierne. La Chiesa Cattolica, fra tutti i suoi vizi, conserva il suo vizio peggiore: quella di enfatizzare le colpe altrui e di dimenticare (o peggio, insabbiare) le proprie nefandezze.

    Simone Bellitto

    About the author: Simone Bellitto

    Simone “Bob” Bellitto. Nato a S.Agata di Militello (ME) nel 1987. Nato e cresciuto sul giornale on-line “Megaron”, ha collaborato e collabora a giornali on-line quali “Dietrolequinte”, “La Zanzara”, “Abits” e da maggio 2011 a “Generazione Zero” di cui attualmente è redattore nonché operaio in prima linea. Ha partecipato come redattore al progetto europeo “Generazione Zero Sicilia“, finanziato dal programma “Gioventù in Azione”. Scrive di storia, spazio civile, ingiustizie di vario genere e entità. Appassionato di cinema e musica, ha riversato per intero la sua passione per il sociale e per il buon giornalismo nel progetto di Generazione Zero, per una Sicilia migliore o perlomeno più informata.

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