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    Un doveroso silenzio 

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    19 Luglio 2014. «Paolo Borsellino univa all’eccezionale competenza professionale ed al coraggioso impegno con cui combatteva la mafia la profonda convinzione che il contrasto alle organizzazioni criminali non si esaurisce nell’opera di repressione, ma deve generare un radicale cambiamento culturale al fine di affermare il primato del diritto contro ogni forma di violenza e di sopraffazione. È pertanto indispensabile non dimenticare che un’azione di contrasto sempre più intensa alla criminalità organizzata trae linfa vitale dallo sforzo di tutti nell’opporsi al compromesso, all’acquiescenza e all’indifferenza. Come ho ricordato in occasione dell’anniversario della strage di Capaci, alla speranza di una generale evoluzione nei comportamenti individuali e collettivi che conduca alla sconfitta della mafia deve accompagnarsi l’auspicio che i processi ancora in corso possano fare piena luce su quei tragici eventi, rispondendo così all’anelito di verità e giustizia che viene da chi è stato colpito nei suoi affetti più cari e che si estende all’intero Paese».

    Questo non è che uno dei messaggi inviati ai familiari di Paolo Borsellino, nel giorno dell’anniversario del tragico attentato. In realtà, questo non è un messaggio come gli altri, ma ha sicuramente una importanza ed un significato maggiore. Sia perché proveniente direttamente dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, Istituzione più alta nella politica italiana, sia perché a mandarlo è proprio il Presidente in persona. E allora la prima domanda che può venirci in mente è: che c’è di strano? Dove sta il problema?
    Il cuore della questione risiede in queste righe : « […] alla speranza di una generale evoluzione nei comportamenti individuali e collettivi che conduca alla sconfitta della mafia deve accompagnarsi l’auspicio che i processi ancora in corso possano fare piena luce su quei tragici eventi, rispondendo così all’anelito di verità e giustizia che viene da chi è stato colpito nei suoi affetti più cari e che si estende all’intero Paese».
    A questo proposito, è necessario rivedere, anche brevemente, l’operato di Napolitano proprio per quanto riguarda “i processi ancora in corso” negli ultimi anni, in particolare sulla vicenda dell’ormai famosa telefonata Napolitano-Mancino (Ministro dell’Interno nel 1992, attualmente imputato nel “processo in corso” per falsa testimonianza). C’è da chiedersi, per esempio, chi Il 16 luglio 2012, esattamente due anni fa, solleva il conflitto di attribuzioni fra poteri dello Stato contro la Procura di Palermo, ed in particolare contro il PM Di Matteo ed il suo procuratore, capo Francesco Messineo, accusandolo di aver attentato alle sue “prerogative”, solo perché intercettato indirettamente mentre parlava con l’imputato Mancino?
    Ricordiamo inoltre che Di Matteo, intervistato da una giornalista di Repubblica il 22 Giugno 2012, risponde – riferendosi a tutto il materiale non depositato, e non solo alle telefonate Mancino-Napolitano: “Noi applicheremo la legge in vigore. Quelle che dovranno essere distrutte con l’instaurazione di un procedimento davanti al gip saranno distrutte, quelle che riguardano altri fatti da sviluppare saranno utilizzate in altri procedimenti”.
    Il risultato di tale intervista – che non violava alcuna norma deontologica in quanto non svelava alcun segreto, visto che ne avevano già parlato giorni prima Panorama ed altre testate – fu un “provvedimento paradisciplinare” nei confronti del PM, rimasto sotto accusa per ben diciotto mesi.
    La questione si chiuderà il 22 Aprile 2013 con la distruzione dei nastri delle intercettazioni, effettuata senza “l’osservanza delle formalità di legge”, come previsto per tutte le altre intercettazioni, senza quindi la possibilità per gli italiani di soddisfare la “sete” di verità e giustizia che viene da chi è stato colpito nei suoi affetti più cari e che si estende all’intero Paese”,  tanto cara oggi a Napolitano.
    Cosa avrà detto Napolitano a Mancino di così grave, o di così imbarazzante, per sollevare questa guerra lunga e logorante contro la Procura di Palermo, la stessa che coraggiosamente sta facendo in modo che “i processi ancora in corso possano fare piena luce su quei tragici eventi”?
    E infine, perché Napolitano si rifiuta di andare a testimoniare a Palermo, proprio per aiutare i magistrati a “fare piena luce su quei tragici eventi”?
    Credo che a queste domande non troveremo mai risposta, ma una cosa è certa: i nostri “rappresentanti” vengono spesso accusati di rimanere in silenzio davanti a certi eventi, i quali meriterebbero di essere affrontati davanti a tutto il Popolo. Questa volta la situazione è ribaltata.

    Alberto Lucifora

    Fonti:

    http://www.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Comunicato&key=16916

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/02/09/telefonate-mancino-napolitano-fu-il-quirinale-a-voler-processare-di-matteo-per-unintervista/874856/

     

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