Migranti, giovani, precari, ambiente|lunedì, maggio 20, 2019
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    Razzismo, prodotto di scarto del capitale 

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    Sebbene l’Europa, per via della sua posizione geografica, sia storicamente un importante centro di flussi migratori (dai greci fino alle guerre nei Balcani), e senza scadere nella becera retorica “l’Italia è un paese di emigranti”, l’attuale ondata di sbarchi (più intensa rispetto agli altri anni), di richiedenti asilo provenienti da diverse parti dell’Africa e del Medio Oriente, afflitte dai continui mutamenti politici e dalle guerre imperialiste occidentali, sta causando un non indifferente movimento anche dalle nostre parti. Da un lato, diverse associazioni si sono mobilitate per garantire ai migranti un livello di vita dignitoso; dall’altro, invece, cavalcando l’ondata di rabbia, sfiducia e paura delle masse, causata dalla crisi del sistema capitalista ormai destinato al collasso, sono sorti alcuni movimenti popolari, spesso generati dai partiti di centrodestra e di estrema destra . “Buttiamo fuori gli immigrati dall’Italia”, “non rispettano le regole civili”, “ci rubano il lavoro ” gli slogan che prendono piede in risposta agli ultimi eventi (anche tragici) avvenuti nelle coste siciliane. In realtà, il limitato numero di extracomunitari sul suolo italiano, inferiore a quello di qualsiasi Stato europeo, rappresenta per l’Italia una forma di ricchezza, perché gli immigrati che lavorano regolarmente pagano, come chiunque altro, le tasse sul proprio lavoro e perché i rifugiati rappresentano anch’essi, tramite le associazioni che li gestiscono, una fonte di guadagno per l’Italia, acquistando prodotti e pagando sulle attività dei gestori delle associazioni delle tasse non indifferenti.
    Alla luce di ciò che sta accadendo, e a fronte della nascita di focolari di razzismo, è bene fare una riflessione su a chi vadano attribuite le colpe della migrazione in Europa.

    Il rovescio della storia

    Immaginiamo, per un solo attimo, che la storia non sia mai andata come in realtà noi tutti la conosciamo e che nel 1492 non sia partito Cristoforo Colombo dal ricco e progredito Portogallo, verso le Americhe, ma che, invece, tre caravelle siano partite dalla Costa D’Avorio, in cerca delle Indie, capitando casualmente sulle coste mai esplorate prima del nuovo continente.
    La popolazione indigena viene massacrata, schiavizzata, vengono imposti loro i costumi e le religioni africane. Intanto, la continua ricerca di manodopera a costo zero costringe i colonizzatori africani a intensificare le spedizioni, affinché altre terre e altri uomini possano essere sfruttati. Quale migliore occasione per esplorare e colonizzare il vasto e selvaggio continente europeo, fino ad ora mai stato esplorato nella sua interezza. Le coste danesi e di tutto il nord Europa vengono in pochi mesi invase e barbuti selvaggi dai capelli biondi rimangono increduli di fronte agli uomini d’ebano che scendono muniti di armi da fuoco e gioielli dalle loro navi, come se fossero dei super uomini, degli dei. I navigatori africani iniziano quindi quella che è stata una delle peggiori pagine della storia, la tratta degli schiavi bianchi dalle coste europee verso le Americhe. Attraverso lo sfruttamento del suolo europeo e la manodopera gratuita degli schiavi, l’Africa diviene il centro del mondo, esportatrice di cultura e ricchezza. In America,  a causa dell’emigrazione di massa dall’Africa,  iniziano a formarsi vere e proprie colonie, si accumula altra ricchezza e altri schiavi, nasce la prima forma di capitalismo. La storia intanto va avanti, negli Stati Uniti avvengono le rivolte degli schiavi, scoppia la guerra civile tra nordisti e sudisti, l’indipendenza dalla Costa D’avorio. Molti dei Paesi africani sono però in subbuglio, al loro interno scoppiano, infatti, le prime rivoluzioni dell’era moderna, come per esempio la Rivoluzione Etiope del 1789 che porterà da lì a poco al trionfo di una classe prima subordinata al monarca, la borghesia. Non passa molto tempo che la fiorente attività industriale di Yamoussoukro diventa terreno fertile per la nascita delle Marxiste accompagnate in diversi Paesi dalle prime rivendicazioni di diritti della classe operaia; poi i moti popolari per l’unificazione dello Stato in Zambia e Nigeria. La fine dell’800 segna la chiusura del secolo lungo e l’inizio del disastro: la prima grande guerra mondiale. Poi i totalitarismi, il fascismo in Zambia e il nazifascismo in Nigeria, la colonizzazione dell’ Italia e, come un uragano, la seconda guerra mondiale. Finisce la seconda guerra mondiale, l’America e Africa si schierano contro l’Unione Sovietica, le tensioni termineranno solo nel 1989 con la caduta del muro di Abuja e la dissoluzione, da lì a due anni, dell’Unione Sovietica. In quell’esatto momento, i due maggiori stati capitalisti, America e Africa, si renderanno protagonisti delle maggiori guerre imperialiste che ancora oggi continuano, prima nei Balcani e nelle ex repubbliche sovietiche, poi in Afghanistan e in Iraq,  e per ultimi in Medio Oriente e nei Paesi mediterranei,  con le “rivoluzioni colorate” controllate direttamente dal pentagono, complici di aver contribuito alla dispersione di migliaia di profughi bianchi emigrati tutti nel territorio Africano.

    Torniamo ora alla realtà, a chi attribuire, in conclusione, la colpa, sempre che di colpa si possa parlare, della migrazione di massa dalle realtà più povere del mondo? Senza ombra di dubbio agli stessi Paesi occidentali che giudicano il fenomeno migratorio un problema, non rendendosi conto di essere loro stessi il problema, avendo costruito in maniera scientifica un sistema economico, quello capitalista, iniquo, incapace di reggere il proprio peso se non tramite la colonizzazione e lo sfruttamento di altri Stati, vedi le multinazionali del petrolio in Africa o in Medio Oriente, o la delocalizzazione delle fabbriche nei Paesi, laddove il costo del lavoro è inferiore rispetto all’occidente; vedi le “primavere arabe”, che altro non sono state che la distruzione di vari Stati sovrani (Libia, Egitto, Siria) che, malgrado le contraddizioni dei propri governi, conservavano una certa autonomia rispetto ai Paesi Atlantici. Analoga l’attuale situazione in Ucraina.

    Sebastiano Cugnata

    About the author: Sebastiano Cugnata

    Sono nato a Ragusa il 23 Luglio 1992. Studio Filosofia all'Università di Catania. Nel dicembre del 2011 ho avuto l'opportunità di far parte della redazione di Generazione Zero. Curo l'organizzazione di eventi all'interno dell'associazione. Nel 2013 ho dato vita, a Chiaramonte Gulfi, all'associazione culturale l'Eskimo.

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