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    A Catania, il Caffè goldoniano assume un aroma diverso 

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    Pensato dall’autore Carlo Goldoni nel 1750 come testo corale, la “Bottega del caffè”, commedia in tre atti messa in scena la prima volta a Mantova nel maggio dello stesso anno, continua ad essere tutt’oggi un testo di estrema attualità, e per questo viene riproposto, più di trecento anni dopo al pubblico catanese, dal 5 al 9 febbraio, per il cartellone del Teatro Stabile di Catania.
    Se già le vicende della carriera goldoniana non erano state semplici, a causa della carica fortemente innovativa dei suoi testi, riproporre oggi una commedia dell’autore ad un pubblico ormai poco interessato al palcoscenico, non sarebbe stato affatto facile se la pièce non fosse capitata tra le mani del giovanissimo regista catanese Nicola Alberto Orofino.
    L’opera infatti è portavoce di «un ottimismo che è proprio del Secolo dei Lumi.– ci racconta il regista-  Ma si sa, il grado di immortalità di uno scritto risiede nella capacità di essere permeabile a qualsiasi epoca storica, di riuscire a parlare “alle pance” in tutti i tempi, e leggere oggi questa commedia con uno spirito illuministico sarebbe un’ingenuità imperdonabile».
    Ambientata in una Venezia ornata a festa per la ricorrenza del Carnevale e in cui il denaro l’ha da padrona sulle vite dei poveri protagonisti, costretti ad inseguirlo e a inchinarsi alla sua presenza, la commedia prevedeva originariamente una classica disposizione dell’intreccio  con un protagonista positivo, Ridolfo un umile caffettiere ( interpretato da Marcello Montalto),  un antagonista pettegolo Don Marzio (interpretato da Silvio Laviano),  e il susseguirsi di storie di personaggi che si rincorrono e incrociano, mossi dal bisogno di mercificare tutto, in una, forse troppo piccola, piazza cittadina.
    Nicola Alberto Orofino

    Nicola Alberto Orofino

    Ma siate di larghe vedute, perché sebbene il copione sia in gran parte rispettato dagli attori, non troverete né gondole, né canali, né furbi mercanti agghindati con panciotti e parrucche, né aulici scenari consoni ad un’ambientazione settecentesca.

    Quello che vedrete subito entrati in sala, a luci ancora accese, è un’umile scena con coloratissime insegne a neon, e pochi altri elementi dimostrativi dei luoghi delle azioni: una gabbia-castello per la seducente Ballerina (interpretata da Egle Doria), dea del denaro che corteggia solo chi è in grado di spendere, un semplice tavolo, sineddoche della caffetteria di Ridolfo e del suo garzone Trappola (qui interpretato dalla sgargiante Carmen Panarello) e infine due semplici travi e una piccola scala di legno per indicare la bottega del disonesto biscazziere Pandolfo ( Emanuele Puglia), habitat naturale dello scaltro conte Leandro (Francesco Bernava) e luogo di perdizione per l’ingenuo mercante Eugenio (Francesco Vitale) .

    E, ancora, sulle note di Jovanotti, un “safari” di scarpe griffate, scalda muscoli colorati, parrucche blu, cellulari, video giochi, piume e maschere glitterate adatte ai migliori bohémien parigini, soldi, tantissimi soldi, persi, spesi, giocati, prestati, rubati, investiti e infine… Infine troverete Don Marzio l’unico che- ci dice il regista- «fuoriesce dal coro; in un mondo fatto da arraffoni, la cui unica capacità di relazionarsi è quella del rendiconto economico, lui è un uomo che ha la necessità di creare e inventare perché non accetta la realtà che è costretto a vivere. In una comunità regolata dalla legge del più forte e del più violento, per lui non c’è più posto».
    Il paradossalmente onesto Don Marzio, lasciato in mutande al termine della rappresentazione, cacciato da una piazza in cui non c’è più spazio per la creatività e per l’arte, emblema della verità e della necessità di lasciarsi alle spalle un luogo in cui non regnano più “virtute e canoscenza”, ma brutalità e profitto, non salirà più sul palco nemmeno per il plauso finale.

    Nulla di più attuale, dunque. Ma del resto già Goldoni ci aveva già avvisati: «questa commedia ha caratteri tanto universali, che in ogni luogo ove fu ella rappresentata, credevasi fatta sul conio degli originali riconosciuti. Il Maldicente fra gli altri trovò il suo prototipo da per tutto […]».

    Martina Toscano 

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