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Al Gapa si discute di beni confiscati

Venerdì 29 novembre. Tempo tintu. Si sono già scatenati i migranti che vendono ombrelli, scendono giù da via Garibaldi, verso il Duomo. Qualche catanese ha indosso stivali di gomma. Aspetto Vincenzo, uno dei ragazzi della redazione locale dei Siciliani giovani. Occhiali e accento etneo, abilità di guida nella jungla d’asfalto di via del Plebiscito. Dobbiamo raggiungere un luogo a suo modo sacro. Sede legale dell’associazione che edita il giornale “I Siciliani giovani”, quello che da due anni tiene in piedi una rete nazionale di antimafia combattente; sede, anche e soprattutto, del centro giovanile “G.A.P.A.”, che da oltre vent’anni regala speranze a giovani e meno giovani di San Cristoforo, uno dei tanti quartieri popolari di Catania. Una specie di enclave mazziniana e pacifista della Catania da guerra e sangue caldo degli anni che furono, ma anche una sentinella vigile a stretto contatto con la polvere che i notabili di Palazzo vorrebbero mettere sotto il tappeto. Mazzianiana nella migliore accezione del termine, sin dal nome: “Giovani Assolutamente Per Agire”. E pacifista per cultura e storia. E forse, proprio a causa della sua natura, qui, a differenza del solito muro di chiacchiere, il G.A.P.A. ha costruito un momento importante insieme a Libera: un seminario sui beni confiscati. Qualcosa, se vogliamo, di molto banale, che in una grande città come questa dovrebbe essere routine. Ben oltre le solite pompose mareggiate di nobiluomini e cavalieri illustri. La banalità del bene.

Il “Gapannone rosso”

Vincenzo ci porta fin dentro il “Gapannone rosso”, nome dato al complesso di stanze (libreria, cucina, palestra, etc.) che formano il centro. Sulla porta c’è Giovanni Caruso, noto a tanti come fotografo dei Siciliani di Pippo Fava. Il Comandante lo chiamano: ha un basco con una stella rossa e qualche altro simbolo di lotta. Oggi si siederà di fronte alla platea, accanto alla relatrice, per incitare ancora una volta le realtà sociali chiamate a raccolta. Voce principale sarà Maria Luisa Barrera, direttivo provinciale di Libera Catania. La gente, intanto, comincia ad arrivare. Un ragazzino cerca la catena che ha nascosto nella cannalata del cortile antistante l’ingresso. Vincenzo gli fa:«Nunn’ha mettere docu a catina! (non devi mettere là la catena)»; il ragazzino si giustifica come sanno fare solo i ragazzini, con aria di impudente innocenza. I fumatori affollano lo spazio antistante il portone di ferro; c’è anche Riccardo Orioles, con la sua solita pipa. Vincenzo prende un vecchio libro e gli cita un passo in cui il Direttore dei “Siciliani giovani” sarebbe stato paragonato a Jean Paul Sartre- o una cosa del genere-, nell’aria sembra esserci una discreta goliardia melanconica e uno sfottò un po’ serio. Nel salone-libreria dell’entrata c’è un avviso scritto sul cartoncino con gli orari e le attività. «Fate anche judo?». Tutte cose facciamo, risponde Vincenzo. Come disse una volta il Comandante, al G.A.P.A. hanno aperto le porte e sono entrati i bambini.

Parliamo di beni confiscati

Il sindaco Bianco ha promesso in campagna elettorale che avrebbe liberato i beni confiscati alla mafia. Ma le realtà sociali sembrano poco contente.
Giovanni Caruso fa un preambolo alla gente seduta sulle sedie di plastica blu, di fronte al proiettore. Bisogna conservare il diritto di critica e rispettare l’esito delle elezioni democratiche, quindi relazionarsi con il Comune. Ma il rappresentante dell’ente, che era atteso, non è presente, non è potuto venire- come si dice in questi casi-. Strazzulla, Libera Catania, chiarisce la posizione del patto associativo in materia di beni confiscati: «Libera non gestisce alcun bene». Ripercorre il conflitto sulla destinazione d’uso dei beni e anche la recente polemica sulla possibile vendita, cui «siamo tutti contrari». E poi il paradosso: l’Agenzia Nazionale ha solo 30 impiegati. Nel frattempo, la sala si riempie di volti noti e meno noti dell’attivismo sociale etneo: a Catania è d’obbligo un certo ritardo.

Maria Luisa Barrera, portavoce dell’Officina dei Beni Confiscati di Libera Catania, è una donna riccia che esprime a vista una certa esperienza. L’impressione è che ci sappia fare. «È da più di due anni che mi occupo di beni confiscati» ci dice. Nota importante del discorso introduttivo: interloquire con gli enti locali può essere difficile: rappresenta forse uno dei nodi problematici maggiori. Maria Luisa ripercorre la storia delle leggi antimafiose in Italia, da quella per il soggiorno obbligato e la sorveglianza speciale (n. 575/1965), passando per la Rognoni- La Torre, fino alla n. 109/1996, quella con cui Libera e la cittadinanza affermarono l’utilizzo dei beni confiscati per scopi sociali. Nel 2010, poi, la creazione l‘Agenzia Nazionale per la gestione e destinazione dei beni sequestrati e confiscati. La spiegazione attraversa le fasi del sequestro, della prima confisca e della confisca definitiva. Nelle prime fasi l’Agenzia presta solo consulenza sulla destinazione d’uso del bene, che entra nella disponibilità della stessa solo a confisca definitiva avvenuta.
Ora, l’Agenzia è di per sé un argomento che desta non poche polemiche. Già quando se ne parla, si può avvertire in sala come si scoprano i nervi dei presenti. Il suo problema principale è quello di avere carenza di personale e di risorse finanziarie. In più, essa stessa non gestisce la totalità dei beni- e questo crea qualche cortocircuito-. Seguendo il testo delle slide di Maria Luisa, leggiamo: “le somme di denaro confiscate che non si rendano necessarie per la gestione di altri beni confiscati o per il risarcimento delle vittime della criminalità mafiosa” vanno al Fondo Unico di Giustizia. Così anche il denaro derivato dalla vendita di beni mobili e il recupero di crediti. I beni immobili, invece, possono essere mantenuti all’interno del patrimonio dello Stato per finalità di giustizia, ordine pubblico, protezione civile e altri usi governativi; possono essere trasferiti ai Comuni di riferimento per fini istituzionali o sociali; possono essere destinati alla vendita. E qui la matassa s’ingarbuglia. Gli enti locali devono assegnare i beni secondo dei criteri precisi: trasparenza, pubblicità, parità di trattamento dei concorrenti. In tal senso è in atto una battaglia di Libera- assieme a Confcooperative e CGIL-, che ha presentato a Bronte e a Catania una bozza di regolamento comunale per favorire trasparenza e periodicità dei bandi pubblici.

Prima che sia terminata la spiegazione, Riccardo Orioles interviene:«Questa sera non c’è nessuno del Comune di Catania». L’antimafia è «una lobby» fa ironicamente- ma forse neppure tanto- il Direttore dei Siciliani giovani: deve fare pressione trasversale su situazioni come quella di oggi. Si dissemina un certo brusio. La spiegazione continua- tanto da non potersi interamente ripetere in queste pagine- e giunge a termine. Poi c’è un momento di interventi: Elena Fava, Fondazione Fava, invita tutti a presenziare ad andare dalle Istituzioni piuttosto che aspettarle. Open Mind Catania smuove gli animi. Si trovano tre persone che mettano su un documento da inviare a Bianco. C’è un discreto fermento.

***

In cauda venenum. Il dato che ho lasciato per ultimo, ma di fronte a cui non basta lo stordimento del momento è relativo alla richiesta che Libera ha fatto al Comune di Catania riguardo ai beni disponibili. La risposta fa prima riferimento ad un terreno a S. Giuseppe la Rena. Poi, dice che, essendo il Comune alla ricerca di locali per i propri uffici, non è disponibile alcun immobile per le associazioni. Segue lista con assegnatari. Quando la cosa viene raccontata ai presenti persiste una certa incredulità e gli occhi parlano al posto delle labbra. Tutta la sala sembra dire: «C’era proprio da aspettarselo», ma con un’amara ironia, come quella che notava in bocca ai provinciali Cicerone. Qualunque cosa possa accadere ai Siciliani, essi lo commenteranno con una battuta di spirito”.

 

Giulio Pitroso

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