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    Mafia di casa nostra 

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    Il Campus Luigi Einaudi di Torino è una struttura moderna, figlia di questa epoca. La struttura, inaugurata più di un anno fa, sembra quasi stonare col resto dell’architettura torinese presente nel centro della città. C’è chi dice che sembra addirittura un aeroporto, messa lì, in mezzo ai palazzi di una Torino in stile “Italia pre-unificazione”. Sulla funzionalità e sulla bellezza nulla da dire, ma, comunque, le questioni estetiche è meglio lasciarle agli esperti.

    Il convegno Economia e mafie

    Dopo aver confermato la mia presenza, iscrivendomi sul sito, pranzo alla svelta e con la sigaretta già girata e pronta alla combustione, mi avvio verso il campus per assistere al convegno Economia e mafie. È l’otto novembre. Certo, è passato un po’ di tempo da quell’evento, ma non abbastanza da renderne marci o fuori moda i contenuti. Ora, torniamo al racconto. Ovviamente sono già in ritardo. La speranza è che lo stile italiano colpisca ancora: l’avvio è fissato per le 14.30, ma sicuramente comincerà quasi un’ora dopo. Evviva la convinzione. Fortunatamente non mi sbaglio e ho tutto il tempo di scegliere dove sedermi e di mettermi comodo. L’aula magna pian piano si riempie.CAM00049
    Dopo i saluti, iniziano i lavori. Conto otto relatori, seduti nella tipica formazione da convegno, cioè  dall’altra parte di una grande cattedra tra  microfoni e bottiglie d’acqua minerale. Fotografi e cameraman danno il via alle danze. Al centro, tra i relatori, quasi come fosse una sorta di spartiacque, il giornalista Matteo Spicuglia (TGR Piemonte), moderatore dell’evento.
    Il primo a prendere la parola è Marco Vannini, professore di economia dell’università di Sassari, il quale dopo aver acceso con sicurezza il microfono, va subito al sodo. D’altronde, perché indugiare?

    Quando si parla di mafia bisogna fare riferimento alle cifre, ai numeri, ai dati. Calcolo dopo calcolo, è centrale sapere quanto ci costa questa mafia. In base a quello che dice Vannini, l’impatto della criminalità organizzata sull’economia di due regioni del meridione, Basilicata e Puglia, negli ultimi trent’anni, può essere sintetizzato con un -16% di PIL pro capite. Mentre, sempre per fare due conti, secondo uno studio curato dallo stesso Vannini, i costi della criminalità ammonterebbero al 2,6% del PIL, sulla base di una tripartizione che tiene in considerazione le spese in previsione di un crimine (sistemi di allarme, sicurezza), spese in conseguenza del reato (per le vittime dei reati),  costi in risposta alla criminalità. È dire che qualcuno pensa che con la mafia ci sia pure da guadagnare.
    Dopo l’intervento, la parola passa a Marcello Maddalena, Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Torino, collega del magistrato Bruno Caccia, ucciso dalla ‘ndrangheta nel capoluogo piemontese. Era il giugno del 1983. Maddalena, capelli bianchi e occhiali, sistema il microfono, ha la voce bassa. C’è stato un periodo, dice, dove i sequestri di persona andavano per la maggiore al nord, ma ad un certo punto la criminalità organizzata ha preferito lasciare alle spalle questa “fonte di guadagno”, puntando forte sul traffico di droga e sulla prostituzione, complice anche la caduta dell’Unione Sovietica. In poche parole, i sequestri non convenivano più, poiché rendevano molto poco in relazione ai rischi che si correvano. Così, dato che si parla delle gesta della mafia, Antonio Patrono, sostituto Procuratore presso la Direzione Nazionale Antimafia, elenca in modo incalzante i sequestri avvenuti in Piemonte: 321 immobili, 210 terreni, più di 50 veicoli, quote di 35 società, valori di 116 milioni di euro; il sequestro di una ventina di strutture d’impresa (edilizia, trasporti, distributori, case di riposo). Questa è la mafia del nord.

    Mafie nostrane e mafie estere

    Dopodiché, si è affrontato il tema della mafia straniera che agisce in Italia, fenomeno sul quale è incentrato il libro curato da Giovanni Conzo, sostituto Procuratore presso la Direzione Distrettuale Antimafia presso la Procura della Repubblica di Napoli, e dal giornalista de “Il Mattino” Giuseppe Crimaldi. Da questo intervento viene fuori che sono più o meno otto le mafie estere certificate dalla DIA, mafie che si affiancano a quelle “nostrane”. La mafia nigeriana, per esempio, sembra essere dotata di una forza straordinaria, anche se poco visibile, soprattutto al nord (avrebbero il giro della prostituzione).

    Ecco una cifra importante: sono circa 200 miliardi di euro i soldi che vengono investiti ogni anno da tutte le mafie. A questo proposito, Vittoria Luda di Cortemiglia, dell’Istituto internazionale delle Nazioni Unite per la ricerca sul crimine e la giustizia (UNICRI), fondato nel 1968, puntualizza che i maggiori profitti provengono dal traffico delle droghe, ma anche dal traffico dei rifiuti e dal riciclo nel campo dei cementi.
    Ritornando all’ascesa delle mafie straniere nel nostro Paese, ad un certo punto del convegno, si assiste ad un piccolo dibattito tra  il giornalista Enrico Deaglio e il magistrato Maddalena. Secondo Deaglio, le mafie straniere non rappresentano una minaccia più concreta di quella che rappresentano le mafie italiane: negli ultimi quindici anni si sono sciolti venti comuni, dice; a Matteo Messina Denaro, o meglio ai suoi prestanome, hanno sequestrato beni per 2 miliardi di euro. Lo stesso patron della Valtur, società che è al momento in amministrazione controllata, si pensa possa essere un prestanome del super latitante. Maddalena, a questo punto, riferisce a Deaglio e alla platea, quanto possa essere forte, invece, la mafia straniera, tanto che in Colombia sono stati ammazzati circa cinquanta magistrati, per non parlare del giro della droga e di quello della prostituzione. Ma improvvisamente un’interruzione: Sonia Alfano, Presidente Commissione Antimafia Parlamento Europeo, che interviene telefonicamente al convegno e, dopo aver ringraziato e salutato i presenti, commenta brevemente sulla difficoltà ormai superate dalla Commissione, dopo diciotto mesi di lavoro, per convogliare al meglio le energie dei ventotto Paesi dell’UE, in materia di antimafia. L’ultimo intervento è di Maria José Fava, referente regionale Libera Piemonte, che dopo aver parlato di Libera, pone l’accento sui beni confiscati alle mafie e all’importanza di destinarli alla comunità (come per esempio il Bar Italia Libera, a Torino).

    Vado via prima del solito giro di domande da parte del pubblico. Sono ormai le 17 passate, va bene così.
    Il convegno ha avuto il pregio di focalizzarsi sulle cifre e sulle peculiarità delle mafie, in un contesto come quello dell’Italia del nord, in cui l’invasione della criminalità non è un fatto casuale. La mafia, è bene ricordarselo, colpisce dove meglio le conviene, nutrendosi della ricchezza di un territorio, anno dopo anno. Parliamo di soldi che ci vengono tolti, di risorse che ci vengono negate e di lavoro che non viene alimentato, come purtroppo si pensa, da certe opere, bensì il contrario. Sarebbe meglio non fare confusione.

     

    Attilio Occhipinti

     

     

    About the author: attilio occhipinti

    Nato a Ragusa nel 1989, sono laureto in Filosofia presso la Facoltà degli studi di Catania e in Comunicazione e Cultura dei Media all'Università degli studi di Torino. Dall’aprile 2011 scrivo su Generazione Zero, all’interno del quale ho ricoperto la carica di direttore editoriale dall'agosto 2013 fino a settembre 2014. Per circa un anno sono stato il responsabile delle risorse umane, ruolo che mi ha permesso di coordinare i rapporti tra gli autori e i collaboratori. Mi sono occupato di diversi temi curato nei miei articoli, dall'ambiente, alla politica, passando per i tanti problemi che affliggono gli studenti, i precari e gli immigrati. I miei articoli sono apparsi su I Siciliani giovani, rivista mensile di antimafia, mentre in passato ho collaborato con il mensile d’inchiesta Il Clandestino con permesso di soggiorno. Dal 2016 coordino le attività di ufficio stampa dell'Associazione Generazione Zero.

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