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    No alla pena di morte! 

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    682 esecuzioni. 21 Paesi coinvolti. 1722 le sentenze capitali emesse. 58 i Paesi in cui è in vigore la pena capitale. Tre quarti delle esecuzioni sono avvenute in tre Paesi: Arabia Saudita, Iraq, Iran.
    Questi sono i dati del 2012 raccolti da Amnesty International sulla pena di morte nel mondo. Si nota di anno in anno una diminuzione delle esecuzioni e dei Paesi in cui vengono eseguite. È allarmante invece che in Paesi come Gambia, Giappone, India e Pakistan le esecuzioni siano riprese e che in Iran siano addirittura aumentate. Non si hanno dati certi provenienti dalla Cina, perché tali dati sono dichiarati segreto di stato e Amnesty dal 2009 non le pubblica più. Ma dalle informazioni che giungono si può confermare che la Cina è lo stato con il più alto numero di esecuzioni.

    Perché lo stato uccide?

    I sostenitori della pena capitale affermano che è un deterrente per reati gravi come terrorismo, omicidio, crimini legati alla droga. La realtà dei fatti conferma che questo non è mai stato dimostrato. Anzi, studi compiuti negli Stati Uniti e in Canada, ci mostrano la falsità della tesi dei sostenitori. In Canada, nel 2003 ,27 anni dopo che il paese ha abolito la pena di morte, il tasso di omicidi era sceso del 44% dal 1975, quando la pena capitale era ancora applicata.
    Il Consiglio Nazionale di ricerca delle Accademie nazionali degli Stati Uniti d’America ha confermato, nel rapporto di aprile 2012, che “a oggi lo studio degli effetti della pena capitale sui reati di omicidio non dà informazioni riguardo l’aumento, la diminuzione o la mancanza di effetto che tale pena ha sulla percentuale di omicidi commessi. Per questo motivo, il comitato consiglia che questi studi non siano usati nelle considerazioni […]sull’effetto della pena di morte per il reato di omicidio.”1
    Altra motivazione addotta è quella del miglior rapporto tra costo e soluzione efficace nel combattere il crimine. Un sondaggio proveniente dagli Stati Uniti boccia tale tesi: su una popolazione carceraria di circa 2,2 milioni di persone, di queste, circa 3.000 sono state condannate a morte. Se tutti i condannati presenti nel braccio della morte venissero uccisi, non ci sarebbe alcuna differenza per la popolazione carceraria.
    Diverse condanne a morte eseguite nel 2012 rientrano nella punizione di crimini politici o per sedare il dissenso. In Iran, quattro persone sono state messe a morte nel mese di giugno con l’accusa di “inimicizia verso Dio e corruzione sulla terra” e altre cinque sono state condannate a morte a luglio, tutte in connessione alle proteste antigovernative della minoranza araba Ahwazi.
    La pena di morte continua a essere comminata anche per crimini come adulterio, sodomia , apostasia in Iran. Blasfemia in Pakistan, stregoneria in Arabia Saudita, reati finanziari in Cina, stupro in Arabia Saudita e forme di furto “aggravato” in Arabia Saudita, Kenya, Zambia.

    I metodi della morte

    Elettrocuzione, impiccagione, fucilazione, gas, lapidazione, iniezione letale questi sono i principali strumenti di morte. L’uso dell’iniezione si è diffuso come metodo più “umano” di morte, a detta degli esecutori in quanto, apparentemente, più indolore. L’iniezione letale si compone di tre sostanze chimiche: il thiopental di sodio, che rende incosciente il prigioniero; il bromuro di pancuronio, che provoca la paralisi muscolare; il cloruro di potassio, che ferma il cuore. Se vengono somministrati livelli insufficienti di thiopental di sodio, l’effetto anestetico può esaurirsi rapidamente e il detenuto prova un dolore lancinante fino all’arresto cardiaco. La paralisi, inoltre, impedisce ai condannati di comunicare la propria agonia. In alcune regioni degli Stati Uniti, è illegale utilizzare tali sostanze chimiche per uccidere gli animali, in quanto considerate “inumane”. Dal 2003, in Texas, è in vigore una legge che vieta il suo utilizzo per l’eutanasia di cani e gatti, eppure parliamo dello Stato che usa l’iniezione letale più di tutti gli altri. Premio Nobel per la miglior teoria dell’assurdo al Texas.

    La campagna di Amnesty International

    Amnesty International si batte costantemente e con ogni mezzo contro questo immane problema sin dal 1977, anno della sua partecipazione alla Conferenza Internazionale sulla pena di morte a Stoccolma, quando i Paesi abolizionisti erano soltanto 16 contro gli attuali 140. L’associazione dice NO ALLA PENA DI MORTE perché vìola i diritti umani sanciti negli articoli 3 e 5 della Dichiarazione Internazionale dei Diritti Umani. È una pratica disumana e crudele. Non ha un’azione deterrente. È sintomo di una società violenta e non la soluzione ai problemi della società. Non allevia il dolore dei familiari della vittima ed accresce quello del condannato e dei suoi cari. Nega la possibilità di riabilitazione, pentimento, cambiamento del reo. Macchia lo Stato del crimine di omicidio premeditato.
    Ogni anno, il 10 ottobre, si celebra la giornata mondiale contro la pena di morte, è il momento in cui Amnesty International e chi combatte la causa riflette sui successi ottenuti e sui quelli futuri. Sensibilizzare, far conoscere il problema e coinvolgere più gente possibile sono alcuni degli obiettivi dell’Associazione, mentre  allargare la sfera dei paesi abolizionisti e impedire le pene già emesse è la sua sua più grande sfida. Quest’anno la giornata è dedicata alla campagna contro la pena capitale nei paesi caraibici anglofoni dove la pena di morte è prevista per omicidi, tradimenti, terrorismo e crimini militari attraverso l’impiccagione. In tutta Italia e nel mondo, giorno 10 si celebrerà questa giornata in diversi modi ma con lo stesso intento. Amnesty International Gruppo 72 Catania organizza un evento,  “Death to Death Penalty”, al Zō di Catania, nel quale dialogherà con il pubblico attraverso i video e la musica, invitandolo a firmare gli appelli di Amnesty.

    1 Consiglio nazionale di ricerca, ‚Deterrence and the Death Penalty‛, Daniel S. Nagin e John V. Pepper, eds., The National Academies Press, 2012, p.2.

    Fonte: Amnesty International

    Federica Monello

    About the author: Federica Monello

    Sono una studentessa di Lettere Moderne con la passione per la scrittura. I primi articoli li ho pubblicati su un sito d'informazione locale www.i4canti.it. Nell'aprile 2012 inizio la collaborazione con GZ che mi ha permesso di poter esplorare i vari campi del giornalismo, dal dossier storico, a uno tutto mio sulla street art e la cultura underground. Mi sono anche cimentata in articoli dal carattere prettamente politico e la cosa mi entusiasma. Base del mio agire è la volontà di raccontare a quante più persone possibili ciò che succede intorno a noi nel modo più chiaro e veritiero. "Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società". Federica Monello

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