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    Minotauro: il mito della mafia al nord 

    Tempo di lettura: 3 minuti

    Circa un mese fa l’abbiamo sparata grossa: la mafia c’è anche al nord! Di che stiamo parlando? Che cosa vuol dire? Un fenomeno che nell’immaginario collettivo è così “sudista”, che provare anche solo a figurarselo da un’altra parte, sembra essere un gioco di pura fantasia. O, peggio, si ritiene magari che il problema sia reale, ma che non abbia molta importanza. Magari al nord c’è la mafietta, la piccola criminalità, niente di così grosso dopotutto. Forse è così, forse non è così. Ci tocca allora analizzare i fatti, leggere i nomi, calcolare le cifre, conoscere meglio il processo Minotauro, perché altrimenti San Tommaso non è contento. E noi ci proviamo.

    Circa due anni fa…

    298543_623881527640609_1418848417_nTutto è iniziato la notte tra il 7 e l’8 giugno del 2011. L’operazione Minotauro coordinata dalla Procura di Torino svelò al Piemonte gli illeciti affari della ‘ndrangheta. Più o meno 150 i mandati di custodia cautelare, più di 190 gli indagati. Un giro sporco che ha coinvolto Torino, l’hinterland torinese, Milano, Modena e Reggio Calabria, per un totale di circa 117 milioni di euro di beni sequestrati, compresi terreni, appartamenti e altri immobili (più di cento in totale).
    Un’indagine iniziata cinque anni prima grazie alle testimonianze del collaboratore di giustizia Rocco Varacalli.
    Tra i reati contestati dagli inquirenti figurano associazione a delinquere di stampo mafioso, detenzione illegale di armi da fuoco, traffico di stupefacenti, gioco d’azzardo, riciclaggio e, soprattutto, voto di scambio. Sì, perché la politica è fatalmente legata a questa storia. Tra gli arresti più illustri spicca quello di Nevio Coral, ex sindaco di Leinì, comune in provincia di Torino sciolto in seguito per infiltrazione mafiosa nel marzo del 2012. Coral, proprietario della Coral Spa, ditta che opera nel settore della depurazione e del trattamento dell’aria e dell’acqua, è ritenuto dal Procuratore di Torino, Gian Carlo Caselli, “soggetto ben collocato nell’ambiente ‘ndranghetista”. Coral è stato accusato di concorso esterno.
    Altri nomi di esponenti politici sono saltati fuori, anche se non indagati, come quello ad esempio di Claudia Porchietto (PdL), assessore regionale con le deleghe al Lavoro e alla Formazione Professionale. La Porchietto sarebbe stata fotografata nei pressi del bar Italia, ex ritrovo degli ’ndranghetisti, ora diventato bar Italia Libera. Caterina Ferrero (PdL), invece, ex assessore regionale alla Sanità, è stata arrestata nel giugno del 2011 per turbativa d’asta. Coral tra l’altro è il suocero della Ferrero. Le indagini nei mesi successivi porteranno a galla altri nomi di politici come quello di Porcino (IdV), Boeti (PD), Lucà (PD), Bertot (PdL). Nessuno di loro figura comunque tra gli indagati.

    Il do ut des dell’organizzazione

    Grazie alle intercettazioni, alle fotografie, ai filmati e ai cinque anni di indagini, il mondo della ‘ndrangheta è stato portato alla luce del sole. Sono 9 le “locali” nella provincia di Torino. “Locale” è un termine con il quale si identifica una struttura di controllo della ‘ndrangheta nel territorio a cui appartiene. Ogni locale conta circa cinquanta membri ed ha un referente in Calabria, una sorta di responsabile che, nel caso del territorio torinese, era rappresentato da Giuseppe Catalano, ormai deceduto. A queste nove locali c’è da aggiungere una locale definita “bastarda”, cioè in prova, la quale non aveva ancora ricevuto lo status completo di locale.
    Tutte queste locali fanno poi riferimento al Crimine, il cui capo nel territorio torinese è Adolfo Crea, già condannato insieme al fratello Cosimo con rito abbreviato.
    È così che la ‘ndrangheta agisce sul territorio, intessendo dei rapporti virtuosi con la politica locale, così da creare quel do ut des ormai celebre: voti in cambio di appalti.

    Ad oggi il processo Minotauro è ancora in corso nell’aula bunker delle Vallette, a Torino. Tante le persone coinvolte, tante quelle chiamate a testimoniare, migliaia le pagine, così come i documenti e le carte del processo. 
    Nelle prossime settimane, grazie soprattutto alla preziosa inchiesta pubblicata su Narcomafie (marzo 2013), tenteremo di conoscere meglio il Minotauro e il mito a cui esso è legato.

     

    Attilio Occhipinti

    About the author: attilio occhipinti

    Nato a Ragusa nel 1989, sono laureto in Filosofia presso la Facoltà degli studi di Catania e in Comunicazione e Cultura dei Media all'Università degli studi di Torino. Dall’aprile 2011 scrivo su Generazione Zero, all’interno del quale ho ricoperto la carica di direttore editoriale dall'agosto 2013 fino a settembre 2014. Per circa un anno sono stato il responsabile delle risorse umane, ruolo che mi ha permesso di coordinare i rapporti tra gli autori e i collaboratori. Mi sono occupato di diversi temi curato nei miei articoli, dall'ambiente, alla politica, passando per i tanti problemi che affliggono gli studenti, i precari e gli immigrati. I miei articoli sono apparsi su I Siciliani giovani, rivista mensile di antimafia, mentre in passato ho collaborato con il mensile d’inchiesta Il Clandestino con permesso di soggiorno. Dal 2016 coordino le attività di ufficio stampa dell'Associazione Generazione Zero.

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