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    L’inquilino del Colle più alto 

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    Alcuni hanno salutato la sua rielezione come l’unica via percorribile di fronte alla più grave impasse istituzionale dell’ultimo ventennio. Altri l’hanno accolta con l’amarezza di chi vede svanire un’ipotesi di rottura dei vecchi equilibri partitocratici che, grazie alla figura di Stefano Rodotà, non era mai sembrata così vicina. Altri ancora si sono spinti a paragonarla all’epilogo della Repubblica di Weimar, consumatosi con l’elezione a presidente del Reich dell’ottuagenario Hindenburg, che spianò la strada all’affermazione del nazionalsocialismo.
    Giorgio Napolitano, classe 1925, è il primo Presidente della Repubblica che sia stato investito di un secondo mandato. Questa volta, a differenza di sette anni fa, il suo passato nel Pci non gli ha impedito di incassare il voto compatto del centro-destra e l’entusiastica adesione di Berlusconi, che ha definito la sua dichiarazione di insediamento «il discorso più straordinario che abbia avuto modo di sentire in vent’anni di vita politica». Ed è proprio dalle immagini del discorso alle Camere che si può cogliere il vero spirito del suo precedente settennato, nonché l’eccezionalità degli eventi che ne hanno costretto il forzoso ritorno al Quirinale. Il presidente si è scagliato contro la «sordità» e l’«irresponsabilità» dei partiti, e ha definito «imperdonabile» la mancata riforma della legge elettorale: i diretti interessati lo hanno ricambiato con applausi scroscianti.
    Da anni, ormai, il suo alto profilo istituzionale viene glorificato da chi spera di mettere in ombra la propria inettitudine; da anni è ostaggio e volto presentabile di una casta che lo ha eletto a garante supremo. L’unico vero capolavoro che i partiti siano riusciti a realizzare è stato quello di aver cucito lo spauracchio dell’unità nazionale addosso ad una personalità la cui statura politica, normale per i canoni della Prima Repubblica, è parsa titanica al cospetto dei protagonisti della Seconda. E questo mentre i media nazionali si incaricavano di mettere a tacere ogni dissenso nei suoi confronti, pur così presente tra il popolo delle Rete e nell’opinione pubblica in generale: è bastato che un manifestante pro Rodotà, in diretta tv, si limitasse a dire che «Napolitano è cotto e stracotto» per suscitare l’irritazione della direttrice del Tg3 Bianca Berlinguer. Ma chi mai crederebbe ad un romanzo di fantapolitica in cui un galantuomo di quasi 88 anni venga eletto alla più alta carica dello Stato con la prospettiva di mantenerla fino ai 95? Quel romanzo è già storia.

    Il settennato precedente e quello prossimo

    Nel primo settennato di Napolitano non sono peraltro mancate le zone d’ombra, le omissioni, le scelte discutibili. Nel 2008 non esitò a promulgare il cosiddetto Lodo Alfano, astenendosi dal ricorrere alla prerogativa presidenziale che prevede la possibilità di respingere una legge in prima lettura: la palese incostituzionalità di quell’atto, esplicitamente volto alla sospensione dei processi penali di Berlusconi, fu riconosciuta dalla Corte Costituzionale nell’ottobre 2009. Persino il suo predecessore Carlo Azeglio Ciampi, in quei mesi, arrivò ad auspicare un uso più energico dei poteri presidenziali come argine alle leggi ad personam. Un appello che, per tutti gli anni successivi, sarebbe rimasto inascoltato. Quando, nel novembre 2010, si consumò la frattura all’interno del Pdl, con l’uscita dal partito dei parlamentari vicini a Gianfranco Fini, il Capo dello Stato decise di rimandare di circa un mese il voto di fiducia al governo Berlusconi, lasciando al leader del Pdl il tempo di avviare un’imponente “campagna acquisti” tra le fila dell’opposizione: come è noto, l’esecutivo sopravvisse. Controversa anche la decisione di sollevare il conflitto di attribuzione contro la Procura di Palermo per vietare la diffusione di intercettazioni che riguardavano un suo colloquio con Nicola Mancino, imputato nel processo alla trattativa tra Stato e mafia.
    È per certi versi un paradosso che l’istituzione incarnata dal Capo dello Stato abbia visto crescere la propria influenza durante il mandato di Napolitano, essendo questi uno dei presidenti più imparziali, più scrupolosi e più attenti alla prassi che la storia repubblicana ricordi. Il suo ruolo è andato estendendosi man mano che si riduceva lo spazio di credibilità e di azione dei partiti: un processo che ha visto l’apice con la nomina di Mario Monti alla Presidenza del Consiglio e la nascita del governo tecnico.
    Forzando un po’ la mano, si potrebbe dire che la classe politica di fine Seconda Repubblica abbia tratto dalla sua presenza gli stessi vantaggi che un tempo ne trasse il partito per cui militava, il Pci. Giorgio “l’inglese”, come veniva soprannominato, era il volto ideale per sdoganare all’estero la più grande formazione comunista d’Europa. Nel 1978 fu il primo dirigente del partito ad ottenere un visto d’ingresso per gli Stati Uniti. E Henry Kissinger arrivò a chiamarlo «il mio comunista preferito». Era un uomo del dialogo anche allora, Giorgio Napolitano. Animava la corrente “migliorista” del Pci, in opposizione alla linea del segretario Berlinguer, e si adoperava a favore di un più aperto confronto con il Psi di Craxi: una sorta di soluzione a “larghe intese” tutta interna alla sinistra.
    Se l’appartenenza ad un’Italia di altri tempi gli ha attirato la fiducia di tutte le forze politiche – non solo di chi, almeno in parte, ha ereditato la storia di quello che fu il suo partito, un Pd ormai liquefatto e in preda ad un’insanabile resa dei conti interna –, la sua estraneità agli odierni tatticismi parlamentari lo ha spesso portato a sottovalutare il potenziale eversivo del populismo berlusconiano.
    Un coro di apprezzamenti ha accolto la nomina di Enrico Letta a Presidente del Consiglio: questa scelta, stando alle dichiarazioni di esponenti di entrambi gli schieramenti, confermerebbe che la rielezione di Napolitano era la migliore soluzione possibile. Ma sul suo secondo mandato pesa un’evidente incognita. È stato lui stesso a richiamarla, alla fine del discorso di insediamento, nel passaggio in cui ha dichiarato di voler restare in campo «fino a quando le forze me lo consentiranno». Se una fine prematura del suo mandato dovesse seguire ad elezioni anticipate risoltesi con una vittoria del centro-destra, a decidere il nome del prossimo inquilino del Colle sarebbe nientemeno che Silvio Berlusconi.

     

    Manuel Lambertini

     

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