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    Rivoluzione nel pallone 

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    Entro dal barbiere in un uggioso sabato pomeriggio di inizio marzo, ci sono almeno quattro persone, prima che venga il mio turno, mi siedo. Agghiacciato dal classico “terrore” dello stare in un posto pubblico, seduto a far niente, cerco conforto nel primo pezzo di carta stampata che trovo, nella speranza di “fuggire” per pochi attimi dalla realtà della sala d’aspetto e prendere nello stesso confidenza con l’ambiente. Lo vedo, appoggiato lì, alla mia destra, cerco di individuare di che quotidiano si tratti, La Sicilia. Rassegnato, lo prendo e inizio a leggere. Si parla del Movimento Cinque Stelle nazionale, delle analogie tra il governo siciliano e quelle che dovrebbero essere le alleanze a Montecitorio con il PD, poi un pezzo su Crocetta, uno su Renzi e Bersani.
    Entra un signore sulla quarantina, fisico snello, barba leggermente incolta e capelli, per l’appunto, da sistemare, dopo pochi minuti un altro, di gran lunga più anziano del primo; discutono mentre aspettano di essere “tosati”. Ad un certo punto, com’è di rito in queste occasioni, si inizia inevitabilmente a parlare di politica. L’ultimo signore arrivato, guadagna l’attenzione degli altri: ”Ho lavorato 40 anni e non posso prendere la pensione, la scheda elettorale l’ho strappata, tanto o voto, o non voto, le leggi che vogliono fare le fanno ugualmente”. Si sente un altro signore parlare: “Si, ma stavolta c’è Grillo, tutti ‘sti bastardi ora vanno a casa, finiscono di pagarsi la pensione con i soldi nostri!”. Poi, a turno, parlano tutti i presenti, un ragazzo prende la parola all’interno del turbine confuso della melma di “gossip elettorale” che si era venuta a creare: “Almeno, ci sono 170 milioni di euro, che vanno a finire ogni anno a loro, solo come pensione!”. “Perché, Cicciolina” – echeggia dal fondo del locale una voce –  “che dopo avere fatto la pornostar, è entrata in politica per sei mesi e prende ancora la pensione!”. E ancora una voce: “Tranquilli, che ora con Grillo, tutto sto schifìo finisce, li manda tutti a casa!” .
    Il discorso muore lì, seguito dai rituali “Mah, che dobbiamo fare”, poi come se niente fosse stato detto, l’attenzione di tutti è subito catturata da un vivace diverbio riguardo la partita Napoli-Juve, disputata ieri, fatto che coinvolge tutti. Le pensioni, i politici, il parlamento, smettono di esistere, l’ira di quelli che pochi minuti prima inneggiavano letteralmente alla rivoluzione, si tramuta, lasciando immutata la sostanza dei toni, in tifo calcistico. Domani c’è la Serie A, lunedì ci sono i commenti,  ai temi sociali, alle lotte, ai miei diritti ci penserò martedì, semmai.

    Da quando si è persa l’abitudine di parlare di politica, nel senso più nobile del termine? Forse dal momento in cui un noto signore, usando un’espressione calcistica, esternò tramite le reti televisive, la sua decisione di abbracciare l’interesse della cosa pubblica, con la così detta “scesa in campo”. Da quel momento, parlare di politica, al bar, dal meccanico, a lavoro, è diventata una cosa molto simile a commentare una banale partita di campionato, dare fiato ai polmoni, senza saper, alla fine, analizzare criticamente la situazione? Dopo vent’anni, i frutti del berlusconismo sono maturati, tanto da diventare quasi fin troppo marci. Risultato di questi frutti? Un elettorato alienato, incapace di saper discernere “il bene dal male” e una classe politica morta, assolutamente impreparata a mettere finalmente un punto fermo sui più delicati argomenti del paese (scuola, sanità, politiche sociali).
    Gli ultimi due e forse più mesi di campagna elettorale sono stati, a detta di molti, estenuanti: tutti i “fuoriclasse” della politica italiana, decine di donne e uomini in grigio, su internet, in radio o messi davanti la telecamera, sono stati capaci di sfornare una pila di fesserie grande quanto mai, non una sola proposta costruttiva, per il rilancio dell’economia, dell’università, ma solo una montagna di critiche  e offese, nei confronti degli avversari (spesso all’epoca dei disastri fedeli alleati), andando a pescare, addirittura, gli uni nella vita privata degli altri. Niente di nuovo sotto il sole, si potrebbe dire. Si potrebbe anche pensare- legittimamente- che qualche proposta costruttiva ci sia stata, ma è annegata nel rumore delle chiacchiere e delle urla.
    Recentemente, l’avvento del comico, l’unica figura (purtroppo) capace di smuovere alle fondamenta l’animo dell’elettorato italiano, vessato, distrutto, svuotato da un ventennio di mala amministrazione della polis, non ha fatto altro che aggravare la situazione: la figura del leader iracondo, del rivoluzionario, del “Che Guevara de noartri”, del voto di pancia, espresso da milioni di italiani, non è altro che il frutto di una capacità critica, all’interno della maggior parte dell’elettorato, completamente annullata, rispecchiante al massimo l’altra metà della società, “i politicanti da baretto”, ambigui, incapaci. O, almeno, questa è la mia opinione. Del resto, il risultato delle politiche, costituito da una vera e propria situazione di stallo ne è la controprova definitiva: la “rinascita” del cadavere PDL, la vittoria di Pirro del PD, uniti al misero risultato ottenuto dai comunisti e l’incredibile ascesa di Grillo mettono in luce le difficoltà dell’applicare le basi della democrazia rappresentativa a questo quadro politico e culturale. E non è solo un problema di legge elettorale: nel dare la colpa al porcellum si dimenticano l’analfabetismo di ritorno, le infiltrazioni mafiose, lo strapotere della corruzione, che inficiano il normale svolgimento della prassi democratica. Il trionfo di Grillo, dall’altro lato, è sicuramente addebitabile anche all’inettitudine della classe politica. L’elettorato dell’ex comico, infatti, è piuttosto trasversale, una larga fetta di esso, è senza dubbio composta dai delusi a sinistra, anche se, visti i risultati della Lega e del Pdl, è chiaro che il comico ha anche trovato consensi nell’ormai disorientato popolo di destra. Questa crisi che consuma  il futuro italiano- dentro questo demandare ai favori, al voto di scambio, ai demagoghi veri e presunti- la risolveranno i cittadini della Repubblica? Oppure saranno troppo impegnati a seguire il mercoledì di Champions?

    Sebastiano Cugnata

    About the author: Sebastiano Cugnata

    Sono nato a Ragusa il 23 Luglio 1992. Ho conseguito la laurea in Filosofia all'Università di Catania. Nel dicembre del 2011 ho avuto l'opportunità di far parte della redazione di Generazione Zero.

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