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    Comiso 30 anni dopo (Dossier “Comiso 30 anni dopo”) 

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    Comiso è una città ai piedi dell’altopiano su cui si è estesa Ragusa. Si raggiunge attraverso una serie di tornanti, le cosiddette Curve rou Comisu, le curve di Comiso, un serpente che striscia giù fino a valle; ci si può arrivare anche dalla statale, con minore sforzo e panorama meno suggestivo.
    Una serie di luoghi comuni circonda Comiso, come forse ogni paese di Sicilia. Comiso ha l’acqua buona. Gli uomini di questa cittadina sono inclini al litigio, alla rissa, alla sciàrria. La loro lingua ha una cantilena strana, che è spesso oggetto di scherno. E odiano a morte Vittoria, il centro agricolo che non dista più di dieci minuti di strada dalla periferia.
    Ma di questo l’Italia sa poco o nulla. Gli Italiani, i più informati, sanno che a Comiso c’è un aeroporto, un aeroporto con una storia importante, che è stato terreno di conflitto politico, quando nella testa di tanti ragazzi c’era ancora una distinzione netta tra il fare all’amore e il fare la guerra. Roba d’altri tempi, che non ha nulla a che fare con la guerra spirituale di Tyler Durden, di estratti e citazioni sulle bacheche e sui diari degli inquieti adolescenti d’oggigiorno. No, a Comiso negli anni che furono c’era un fronte del no ai missili, alla base Nato che lì era stata edificata. Grandi entusiasmi, grandi speranze.
    Oggi le cose vanno differentemente. L’aeroporto, nato sulle ceneri della base, ha il nome di Vincenzo Magliocco, un ufficiale caduto- e qui il termine è propriamente usato- con il suo aeroplano sull’etiopico suolo per la patria proletaria e fascista. A poche decine di chilometri da Comiso, a Niscemi, i militari americani stanno costruendo un apparecchio chiamato Muos, una specie di enorme sistema radar da guerra, il quale potrebbe avere dannosi effetti sulla salute dei ragusani e non solo. E non è finita: il sindaco di Comiso è stata sorpreso dai ragazzi della Fabbrica di Nichi della città durante un presunto test tecnico per automobili da corsa, sulla pista dove dovrebbero volare gli aeroplani. A molti è sembrato che il sindaco Alfano stesse usando l’area per una corsa di macchine, il che ha suscitato il sospetto e l’interesse di trasmissioni televisive e autorità. Del resto, con questo aeroporto qualcosa si ci doveva fare: il pellegrinaggio di ministri e politicanti, il mare di promesse lo avevano lasciato comunque spoglio ed inutile. Per fortuna, un pregiudicato vittoriese, Francesco Sacco, con alle spalle una condanna a sette anni per associazione a delinquere di stampo mafioso, ha pensato bene di farci un’agenzia di casting; purtroppo ha poi ricevuto le attenzioni dei Carabinieri a Gennaio. Nulla, di questo aeroporto, non si ci è potuto far nulla. Ed è forse per la sua inutilità che è famoso.

    Il 4 aprile del 2012, a trent’anni dalla grande manifestazione, l’Italia si rinfresca la memoria su Comiso. Si ricorda di Pio La Torre, che tanto fece contro i siluri della Nato. Alle nove del mattino gli studenti della RedS, l’Arci, come altri rappresentanti della lunga fila di sigle che ha voluto contribuire a questo memoriale, sono al Naselli, il teatro comunale di Vittoria. Non c’è il sindaco, forse impegnato con il dissesto finanziario del suo Comune; non ci sono gli autobus delle scolaresche. Siamo una sessantina, tra vecchi testimoni, ragazzi dall’aria più o meno militante, rappresentanti di associazioni e movimenti. Sembra una roba per addetti ai lavori.
    La cosa sorprendente non sta nel fatto che ci sia poca gente. Non sta nel fatto che ci sia qualcuno che ci crede ancora. Non sta nel fatto che la conferenza che si tiene nelle ore della mattinata calda risultano poco digeribili per la mia, per la nostra attenzione, abituata ai tempi televisivi e cresciuta all’ombra di Buona Domenica. Perché l’attenzione è così sciocca da pensare che gli stiano presentando qualcosa che non sia né più né meno che una lezione frontale e un continuo amarcord. No, la cosa strana e stravolgente sta nel periodico del Centro Studi Pio La Torre, “A Sud’Europa”, distribuito gratuitamente e posto vicino all’ingresso: appena aperto si rivela miniera di informazioni spiazzanti, che nulla hanno a che fare con un passato che non riesco ad immaginare. Oggi più della metà dei ragazzi di un campione di intervistati dal Centro pensa che la mafia sia più forte dello Stato. Duro come la verità.
    Il resto della mattinata è un’orgogliosa serie di memorie, di attestazione di principi condivisi, indiscutibili, in un mondo dove le guerre si lasciano chiamare missioni di pace. Una sorta di museo vivente di un tempo d’oro, dove la gente si mobilitava. Come detto sopra, praticamente inimmaginabile.

    Il pomeriggio, in Piazza Diana, ci sono alcuni stand, un grande palco. Aria rilassata. I vari rappresentanti discutono di questo e quello. Il tutto immerso in una salsa di sconfitta e delusione. Si percepisce in qualsiasi discorso, fosse quello sul No Muos o quello sull’antimafia, che tutto va verso l’apocalisse. Che il passato era meglio. Che i giovani non vengono alle manifestazioni, che non partecipano alla politica, che la gente se ne fotte. Ma si dice da queste parti che u lamintar’è capitale, malamente traducibile “lamentarsi vale qualcosa, fa guadagnare danaro”. E’ sempre il caso di borbottare, anche se poi non siamo arrivati al capolinea.
    Certo, non c’è un cane in piazza, a parte gli addetti ai lavori. Su un lato, sotto un porticato, è seduto un ragazzo con una chitarra, noto al pubblico locale come cantautore. Si chiama Davide. Ha le occhiaie fonde e un sacco di parole sul fatto che è stanco e che lavora tanto. Insomma, qui si lamentano tutti, chi per un motivo, chi per un altro. Mentre si stanno sistemando gli apparati fonici del palco, un signore interrompe la chiacchierata. “La conoscete questa canzone?” ci dice, mentre tende il cellulare in avanti, per farci ascoltare qualcosa. Ha una vecchia giacca scura, i pantaloni dello stesso colore, una pettinatura come quella che si vede in certe foto degli anni ’50. “Fischia il vento”. “Ah, bravi” dice lui. Ce ne vuole fare ascoltare un’altra, “Bella ciao”. Ne ha parecchie nella memoria del telefono. “Io c’ho ottant’anni” fa “Pio La Torre me lo ricordo”. Si ricorda le manifestazioni, si ricorda tutto, con una certa nostalgia. Fa parte del circolo di Rifondazione Comunista, all’angolo della piazza; la Casa del Popolo di Comiso è il rifugio di una ventina o più di anziani. Lui, testimonianza della lotta operaia, ci invita a visitare il circolo. Noi diciamo che verremo dopo, ignari del fatto che alle sette di sera avranno già chiuso i battenti.
    Il pomeriggio è il momento della grande adunanza, della conferenza che coinvolge la presenza di Franco La Torre. E’ una specie di gran galà del mondo associativo, dei comitati, delle forze progressiste e cattoliche. Ci sono tutti gli elementi della vecchia guardia, ci sono i politici locali, ci sono, soprattutto, le parole. Molte parole, molti discorsi. Nessun girotondo sull’erba o discussioni fatte in cerchio.
    La grande affluenza è prevista per la serata, per il concerto. Suoneranno delle band locali di un certo prestigio. I ragazzi e le ragazze dovrebbero venire allora, perché forse amano la musica più delle parole e perché non impazziscono all’idea di dover stare di fronte a una linea di relatori, a farsi insegnare qualcosa, perché, per quello, basta la scuola. Ma, se pure ci fosse stata l’occasione per rendere questo evento d’impatto, svanisce con la pioggia. Cade giù dal cielo e rovina la festa. La festa mischiata all’impegno civile, che sarà forse una declinazione diversa della cultura dello sballo, ma che avrebbe dato un minimo input al pensiero critico, alla divulgazione. E tutto il resto, fatta eccezione per qualche motivato gruppo di ragazzi, muore di vecchiaia.

    Giulio Pitroso

    About the author: Giulio Pitroso

    Giulio Pitroso, nato nel 1989 a Ragusa. Laureato in Lettere Moderne a Catania, in Culture Moderne Comparate a Torino. Ha collaborato con Il Clandestino con Permesso di soggiorno, Sciclipress, IlMegafono.org. Ha diretto dalla sua fondazione Generazione Zero Sicilia fino al luglio 2012. Dallo stesso anno è presidente di Generazione Zero. I suoi articoli sono stati ripresi su Liberainformazione e i Siciliani giovani.

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