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    Gli zii di Guantanamo 

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    Due storie. Una di trentasei anni fa, sulle coste della Sicilia occidentale. L’altra di trenta anni, della provincia veneta. Freddo e nero di gennaio, un’Italia diversa, lontana e scura.
    La notte del ventisette gennaio millenovecentosettantasei i carabinieri di Alcamo irrompono in casa di Giuseppe Gulotta. Lo arrestano. La sera prima era stato fermato Giuseppe Vesco, in possesso di un revolver calibro 7,65 e una calibro 9 parabellum. Due armi da fuoco, quelle utilizzata per uccidere, due notti prima, due carabinieri di servizio nella stazione di Alcamo marina, i cui cadaveri vennero scoperti all’alba dagli uomini della scorta di Giorgio Almirante, segretario dell’Msi. Giuseppe Vesco dichiarerà inizialmente che aveva ricevuto l’incarico di trasportare quelle armi. Viene condotto in caserma. Dopo alcune ore, confesserà di essere stato il capo della banda che trucidò i due giovani militari e dove erano stati nascosti gli effetti personali di questi. Indicherà come complici Gulotta e altri due giovani, tutt’oggi latitanti in Brasile. Gulotta viene trasferito al comando dalla gazzella. Dichiaratosi completamente estraneo alla vicenda, firma però una confessione di colpevolezza all’alba. Vesco e Gulotta vengono immediatamente rinchiusi. Il primo morirà in carcere appena un mese dopo, impiccatosi nella cella. La stessa che il pentito Vincenzo Calcara, fu obbligato a lasciare la sera di quello strano suicidio. Vesco si è impiccato alle grate della finestra, con una mano sola, considerata l’amputazione subita in un incidente. Gulotta è stato condannato definitivamente all’ergastolo nel 1990. Sin dalla mattina provò a raccontare alla Procura gli orrori di quella notte. Non venne mai creduto.
    Millenovecentottantadue, venticinque gennaio, Questura di Padova. Quarantadue giorni dopo che il generale americano James Lee Dozier era stato sequestrato a Verona dalla colonna veneta delle Brigate Rosse. Due giorni dopo che il fiancheggiatore Nazareno Mantovani, arrestato, spogliato e legato sopra un tavolo – sale e un tubo di gomma in bocca, acqua, per minuti interminabili, si chiama waterboarding, si prosegue sino a quando il torturato non sviene – da due nomi. La sera del venticinque gennaio, all’ultimo piano del palazzo, in due stanze separate, ma capaci di ricevere i suoni della vicina, stanno Ruggero Volinia, membro delle Br, e Elisabetta Arcangeli, la compagna. Sono stati minacciati, picchiati, denudati, legati. Entrambi torturati per ore da Fioriolli, oggi prefetto al ministero dell’interno, sotto lo sguardo del superiore Improta, ex questore di Roma e Milano e prefetto di Napoli. Volinia viene poi caricato in auto con l’aiuto di Salvatore Genova, condotto in un villino fuori città. Per il trattamento. Sempre lo stesso, il waterboarding. Fioriolli, Improta e Genova fanno parte del nucleo speciale autorizzato dal prefetto Gaspare De Francisci, capo della Ucigos (Ufficio Centrale per le Investigazioni Generali e per le Operazioni Speciali) sotto la guida del ministro democristiano Virginio Rognoni, che deve ritrovare e liberare il generale Dozier. Sono autorizzati a intervenire, ad usare “maniere forti” senza preoccuparsi perché saranno coperti.
    Un mese fa, dopo trentacinque anni di reclusione, una sentenza di assoluzione ha liberato Gulotta. Nel 2007 l’ex carabiniere Renato Olino aveva raccontato alla magistratura che le confessioni di Gulotta e Vesco erano state estorte sotto tortura. Minacce con armi puntate alle tempie, pestaggi. La riapertura del processo ha sancito l’innocenza di quattro cittadini accusati e condannati ingiustamente. E soprattutto che la macchina di potere statale ha sacrificato la verità e la giustizia per garantire l’impunità dei veri colpevoli. Che ha piegato lo stato di diritto per la violenza senza coscienza, giustificata dal raggiungimento del proprio scopo. Similmente, Salvatore Genova ha, pochi giorni fa, confermato le sevizie degli interrogatori di Volinia, Mantovani ed infine Di Lenardo (uno dei sequestratori di Dozier catturato).
    Mai nessuna condanna da parte dello Stato ha colpito i suoi funzionari che hanno crudelmente calpestato i diritti di cittadini, rei o innocenti. Tutto è rimasto taciuto, inabissato. A volte l’acre tanfo di queste storie sale più in alto, dai seminterrati degli archivi d’Italia, sino a pizzicare le narici della pubblica opinione. Altre, invece, fa scuola e diventa precedente, per nipoti illustri. Questi sono gli zii di Guantanamo.Andrea Gentile

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