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    “Mi chiamo Maurizio, sono un bravo ragazzo, ho ucciso ottanta persone” 

    Tempo di lettura: 4 minuti

    Roberto Gugliotta è il cardine di IMG press, un foglio elettronico principalmente orientato sul messinese. Ha scritto diversi libri, affrontato questioni spinose. In “Mi chiamo Maurizio, sono un bravo ragazzo, ho ucciso ottanta persone” racconta di un killer realmente esistito.

    Perché scrivere un libro del genere?

    Ti rispondo con una provocazione: “Mi chiamo Maurizio, sono un bravo ragazzo, ho ucciso ottanta persone” pubblicato da Fazi è utile per quanti vogliono davvero conoscere la mafia per poterla analizzare e combatterla. Purtroppo la memoria fa scherzi strani. A volte le persone conosciute in circostanze particolari restano legate a un fatto, a uno slogan televisivo piuttosto che a un dibattito dove non c’è mai una voce fuori dal coro. L’omologazione del pensiero non è un problema solo della Politica o della società in genere, gli stessi arroganti strumenti vengono utilizzati da chi dice, a parole, di voler combattere la criminalità tranne poi utilizzare il sangue delle vittime, il dolore dei parenti, per diventare ricco, potente e perché no, parlamentare. Io come Ultimo disprezzo coloro che usano i morti per fare carriera. La storia di Maurizio Avola è stata scritta non per fini economici o di scalate politiche bensì per far conoscere gli errori di un Paese che ha permesso a un boss come Benedetto Santapaola di comandare e gestire la vita di tante persone oneste. Santapaola è diventato quello che è non solo grazie all’aiuto di persone come Avola – che hanno ucciso, organizzato rapine e pianificato attentati – ma soprattutto perché chi doveva combatterlo, condannarlo, insomma fargli terra bruciata, spesso con lui tesseva accordi, firmava patti di non belligeranza in cambio di voti, regali, soldi. E così la lotta alla mafia si trasformava in amicizia con i boss e a quel primo accordo illecito se ne sovrapponevano altri mille. La storia di Maurizio vuole essere un pugno nello stomaco del lettore per scuotere, svegliare la gente dal lungo sonno a cui i media e istituzioni ci stanno educando. Tutti sono bravi e tosti nei salotti televisivi, ma quanti davvero combattono con la penna i boss come Santapaola, Riina, o Provenzano? Solo dopo un po’ scopriamo che la società si è addormentata sul divano mentre personaggi come Massimo Ciancimino usano i tribunali per consumare vendette verso quegli uomini che invece, al contrario di altri, la mafia hanno combattuto. Lo scopriamo quando arriva la nostra ora, quando la mafia ci priva di dignità, ci toglie il lavoro e uccide la speranza. E quando questo accade il volto che ci tiene sotto mira non è quello di Santapaola, Riina o Provenzano, bensì quello dei loro amici con la giacca blu e calzoni grigi… I miei problemi sono iniziati quando ho cercato di fare luce su certi delitti, su certe lottizzazioni, su alcuni incarichi conferiti all’Università di Messina. E guarda caso dopo queste inchieste giornalistiche pubblicate su prestigiosi giornali, autorevoli settimanali mi hanno tolto la collaborazione. Qualcuno più importante aveva deciso di eliminare simbolicamente Gugliotta perché “cane sciolto”. Qualcuno ha mafiosamente ordinato e qualche altro ha vigliaccamente obbedito. E quello che dico è persino stato intercettato con delle “ambientali”.

     

    E’ stato un lavoro duro?

    Più che duro, complicato. L’obiettivo era umanizzare una persona che nella sua vita ha fatto cose orrende e vissuto con persone cattive. Dire che Avola è un killer della mafia è una lettura semplice, banale: frutti e patologie di questo matrimonio sono sotto gli occhi di tutti. Abbiamo voluto cercare di comprendere perché un ragazzo perbene, figlio di persone oneste, è diventato un criminale, un killer. Attraverso la sua storia particolare abbiamo cercato di studiare un fenomeno scabroso, drammatico: la mafia ruba i figli alle madri e li usa per uccidere, spacciare droga, compiere estorsioni e rapine. Nella nostra quotidianità la paura è un male con cui molti purtroppo convivono. La storia di Mi chiamo Maurizio e sono un bravo ragazzo… è abbastanza semplice; la sua chiave è l’intreccio. La storia presenta sei tipi narrazioni parallele a diversi livelli cronologici, tutte in prima persona: Maurizio collega tutti, e a lui spettano due personaggi, il killer, perso negli anni d’oro della mafia, e il pentito, vittima di se stesso nel repulisti processuale degli ultimi anni Ottanta. Non manca la moglie Silvana a dire la sua, voce di donna non colpevole e non innocente, che inanella episodi della sua storia con Maurizio nel pieno passaggio tra le due fasi, con un piede nel limbo e una mano ad aggrapparsi alla vita vera. Poi c’è il giudice che raccoglie le deposizioni dei pentiti, un uomo che da impassibile cederà prima alla perplessità e poi alla disfatta della logica, di fronte ai più grandi interrogativi che la mafia ci pone in quanto uomini: come è potuto succedere, e come può andare avanti ogni giorno nonostante quello che sappiamo? Qualcun altro dirà la sua durante la storia, ma quella storia non la  costruiranno; solo l’epilogo, soltanto l’aroma è concesso ai brevi interventi del Boss arrestato e ad un giornalista che tenta l’imparziale via della ricostruzione. I personaggi che ci diranno veramente qualcosa li abbiamo già nominati tutti; e quelli muti non potremmo citarli tutti nemmeno in anni di ricerche sulle vittime degli atti mafiosi in Italia. Ma ci sono. Oh, se ci sono.  

     

    Chi era Pippo Fava? 

    Una delle tante vittime della mafia. Molto spesso, a forza di mettere il naso nelle beghe altrui, a pagarne le conseguenze sono i giornalisti. Purtroppo non ho avuto la fortuna di conoscerlo e dunque dovrei solo dire cose che ho letto su atti e libri. Quello che suggerisco ai giovani che vogliono testimoniare vicinanza alle vittime mafiose è di non fermarsi solo a ricordare Fava ma dobbiamo sempre ricordare tutti coloro che sono caduti per mano criminale. Tutti questi eroi meritano la nostra preghiera e il nostro pensiero.

     

    Le mafie di oggi sono violente come una volta?

    La mafia è sempre violenta. Perché il potere mafioso si regge grazie  alla violenza, al terrore, alla minaccia. La caduta di un boss è sempre il momento più critico, il vuoto di potere che si crea, il più propizio per i colpi di testa. La mafia è merda e quelli che la favoriscono dei gran cornuti. Il pentitismo è un fenomeno che non trova il giusto richiamo in Italia perché noi stessi siamo vittime di una tendenza inconfessabile, un movimento anti-infamità senza tessera ma con il più alto grado di iscritti del mondo; tra le labbra ci passiamo il termine infame quando sentiamo di un nuovo pentito, che avrà certo trovato la sua via di comodo, che se la sarà fatta finalmente addosso all’idea di dover dare conto alla giustizia prima o poi, uno stipendiato dello stato dopo anni di stravizi ed omicidi. Questo è ciò che parecchi di noi pensano per un secondo, prima di cedere alle dovute considerazioni morigerate, e nella migliore delle ipotesi cambiamo canale, o pensiamo ad altro, o ringraziamo Iddio di non averci niente a che fare, tanti saluti e ciao.


    Come è stato lavorare con Pensavalli?

    Bellissimo! Un collega eccezionale.

    About the author: Giulio Pitroso

    Giulio Pitroso, nato nel 1989 a Ragusa. Laureato in Lettere Moderne a Catania, in Culture Moderne Comparate a Torino. Ha collaborato con Il Clandestino con Permesso di soggiorno, Sciclipress, IlMegafono.org. Ha diretto dalla sua fondazione Generazione Zero Sicilia fino al luglio 2012. Dallo stesso anno è presidente di Generazione Zero. I suoi articoli sono stati ripresi su Liberainformazione e i Siciliani giovani.

    In risposta a “Mi chiamo Maurizio, sono un bravo ragazzo, ho ucciso ottanta persone”

    1. Emy Boccagna

      un libro che parla di mafia in modo diverso ………….. un percorso catartico, tolstoiano ……. dal sangue di 80 vittime alla redenzione. Sarebbe sicuramente interessante tradurlo in film. un plauso agli autori, in particolare a Roberto – amico virtuale di facebook – che, come si legge nell’articolo, imperterrito delle conseguenze ha pagato lo scotto del suo impegno civile e professionale.

       

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