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    5 Gennaio 2012 

    Tempo di lettura: 4 minutiC’è un certo fresco a Catania, in via Giuseppe Fava. Il cinque gennaio alle cinque di pomeriggio. Il cinque gennaio per me è sempre stato il giorno prima dell’Epifania, né più, né meno. Un giorno di un certo fastidioso asma celebrale, il giorno che precede quello che ci proietterà nel rientro. Un giorno di vacanza, prima che la vacanza finisca.
    Bene. Ora non lo è più. Il cinque gennaio è la data di nascita di Peppino Impastato, un ragazzo di grande coraggio, ammazzato da quelle bestie che pretendono d’essere chiamati uomini. Il cinque gennaio è il giorno in cui è morto Pippo Fava, un uomo punito dalla società catanese e siciliana per la sua onestà intellettuale, per il suo sforzo quotidiano nella Narrazione. Il cinque gennaio è una data importante, è il punto d’arrivo e partenza, il rinnovo annuale, il giorno per fare il punto della situazione e ripartire. Perché le commemorazioni, come ci ha insegnato un giornalista d’una certa età, sono delle stronzate. Uno sgravo fiscale alla coscienza. E a noi non dovrebbero servire.
    Certo è che la memoria di Catania è breve. E la memoria di quest’uomo viene offesa con quieta tranquillità, ogni giorno. Viene offesa quando il signore che mi vuole affittare una camera mi dice che la mafia a Catania non esiste, a meno di cinquanta metri dal punto in cui hanno sparato. Viene offesa quando qualcuno ruba i fiori dalla lapide commemorativa a Pippo Fava. Viene offesa quando si fa finta, sui giornali, che la mafia non c’è. Ma unn’è ‘sta mafia? Dov’è questa mafia? Sta tra le righe dei quotidiani da quattro lire, nelle parole di un politico? Sta nel fatto che Carlo Vizzini facesse parte della Commissione Antimafia? Sta nel fatto che Cuffaro è ancora un politico?
    Un signore s’avvicina e mi chiede cosa stia accadendo. Ha un figlio piccolo, che tiene per la mano. Gli spiego, gli indico la lapide; lui si gira. “Ma quanti anni è…?” fa con aria da stralunato. Leggo la data sul pezzo di pietra. Dal 1984, beh, vediamo, dovrebbero essere… “Diciotto, diciannove anni…” fa il signore. “Non sono un asso con la matematica” dico io. Nemmeno lui. Mi guarda, se ne va.

    Questo giorno lo abbiamo vissuto rivedendo volti noti. C’erano tanti militanti storici dell’antimafia, c’erano tanti militanti dei partiti che fanno antimafia sociale. C’erano tanti giornalisti, alcuni dei veri esempi di stile. Alcuni, esempi di uno stile di vita. Ma, questo giorno, lo abbiamo vissuto anche vedendo volti sconosciuti. E questa è una vittoria. Così come è una vittoria sapere che il Procuratore di Catania è venuto, è stato in mezzo a noi.
    Ci sono luoghi dove l’unica cosa che lo Stato manda è la polizia, qui a Catania. Qui in Sicilia. Qui in Italia. Ed è facile sentirsi distanti dalle cosiddette Istituzioni. E’ molto semplice covare l’odio, per ogni singolo frammento di disgrazia che non viene rimesso a posto dai governanti. “Fra i governanti quanti inutili buffoni” cantava un catanese. E sapere che Scapagnini, ex sindaco di Catania, ha avuto 2 anni e 9 mesi, per falso in bilancio, dà ragione a quel catanese.

    Al centro Zo viene proiettato alle sei e mezzo “Un siciliano come noi”. Un lavoro molto interessante, soprattutto sul piano della narrazione. Coinvolgente. Forse molto poco movimentato per i nostri standard: gli stacchi non erano frequenti, i monologhi non avevano tempi televisivi.
    Meriterebbe uno spazio che non gli si può concedere in questo contesto.
    Finisce in tempo per l’ultimo appuntamento della giornata, quello delle nove e mezzo. La presentazione de “I Siciliani giovani”, la testata che dovrà rilanciare un progetto mai morto, quello del giornale di Pippo Fava. Ci sono le testimonianze di Giovanni del GAPA, quella di Riccardo Orioles, che sarà timoniere di questa nave. “E’ il giornale di Giorgio e di Morgana” dice Orioles, riferendosi ai ragazzi del Clandestino e di Stampa Antimafiosa. Un giornale italiano, perché ha i suoi referenti e patner al nord come al sud. Sì, come la mafia. Non vuole Orioles che questo sia il suo progetto, ma quello dei “giovani”. La realtà che mette insieme la realtà di tante testate di base. C’è un grande spirito di fondo. Ci sono gli investitori, almeno per partire. C’è un vago e cocciuto ottimismo, che se ne frega dei piani industriali, del fare del giornale prima di tutto un’azienda. E per questa sua natura missionaria “I Siciliani giovani” scatenano nel mondo del giornalismo di base reazioni differenti: c’è chi lo ama e basta; c’è chi pensa che il nome andasse cambiato e che la gente che vi partecipa debba mantenere un livello all’altezza della situazione, cosa che le condizioni attuali, la dispersione geografica e culturale degli aderenti non possono garantire; c’è chi augura tutto il bene possibile a Riccardo, a Riccardo Orioles, ma che non crede che le idee riempiano la pancia di nessuno. E’ una situazione complessa, in un calderone di opinioni differenti.
    Alcune idee sono chiare e nette, come tutto il senso di impegno civile che il giornale emana sin dal suo numero zero (disponibile solo in pdf sul sito www.isiciliani.it): è il caso del rifacimento di Corso dei Martiri a Catania, contro cui Riccardo si schiera senza peli sulla lingua. Così come parla senza mezzi termini della retorica: “Sul piedistallo si ci mettono i coglioni”. E’ la sua radicalità e la sua coerenza a renderlo, per certi versi, un ragazzo come noi, anche se distante sotto diversi aspetti.
    Altre idee del giornale sono meno chiare, ma si formeranno col tempo. Occorre pazienza. Del resto, la posizione la differenza di vedute è ben accetta: non ci sono limiti di colore politico. In pratica, possono scrivere pure i fascisti. Il che è molto discutibile, ma ha le sue ragionevoli basi.

    Sul piedistallo si ci mettono solo i coglioni. E’ sicuramente vero. In questi anni abbiamo vissuto ordinate giornate e momenti di “legalità”, non di rabbia. “Legalità” è una parola messa sul piedistallo, che non significa più nulla, abusata e mal trattata. Qualcuno dice sia meglio usare “antimafia sociale”, perché in fin dei conti i problemi sociali generano quelli delle mafie. Forse dovremmo dire che noi lottiamo per sopravvivere in maniera decente, con le strade, gli ospedali e gli appalti puliti. Forse dovremmo dire che noi lottiamo per la decenza. E dovremmo studiare bene qual è la filosofia e la storia delle nuove mafie, che a me sembrano più che altro prodotto delle classi grigie, sciacalli arricchiti nel ripulire ciò che la corsa tra lupi del libero mercato genera ogni giorno.

    Di Giulio Pitroso

    In risposta a 5 Gennaio 2012

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