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    Vivere il reale, senso religioso: il plasma ontologico (“La Zanzara”, IV num.) 

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    Vivere il reale, senso religioso: il plasma ontologico

    Era il 19 agosto 2011, non molto tempo fa.  Viene pubblicato su “La Repubblica” un dialogo tra Franco Ferraris e Gianni Vattimo, due noti filosofi italiani, che da anni si scontrano su una tematica fondamentale e quanto mai attuale ai giorni nostri: “il pensiero debole” e il “nuovo realismo”.  Il tema del dialogo è appunto “L’addio al pensiero debole che divide i filosofi”. Cosa divide questi due pensatori (e non solo) ? La possibilità di trovare una fondazione alla Veritas. L’estrazione culturale da cui partono entrambi spinge in differenti direzioni la speculazione,  frammentando l’ordine e l’essenza del problema. Vattimo, teorico italiano del pensiero debole (vd. Lyotard) , sostenendo l’insostanzialità e l’incoerenza del principio di verità alla poliforme realtà fattuale e l’impossibilità di un principio a priori  che la determini, il cosiddetto principio dell’autoritas, propone una sua interpretazione nietzscheana della società odierna del consumo e dei media, emancipando una visione sintetizzabile in una affermazione : “non esistono fatti, ma solo interpretazioni”. Aprendo una piccola parentesi, definiamo come errata tale affermazione, infatti, benché pur concordando che per definire un determinato fenomeno (letteralmente “ciò che si manifesta”, la cui radice proviene dalla parola greca “fos”, luce) come un “fatto”, un “compiuto” occorra l’interpretazione del soggetto, bisogna comprendere che per costituire un’interpretazione occorra un interpretabile, un fenomeno: ad. es. è caduto un fulmine; Andrea è felice.  Occorre, altresì che l’interpretazione parta solo nel momento in cui assistiamo al “fatto” che si disvela, che si manifesta come Essere, come Trascendente. Indi per cui valutiamo con l’interpretazione la parvenza del fenomeno, il veicolo attraverso cui l’essere “appare” ai nostri sensi. Mancando l’essere, l’argomento dell’interpretazione, di conseguenza, mancherebbe anche l’interpretazione al medesimo.Non esistono fatti, ma solo interpretazioni” è quindi un paralogismo. Ma chiudendo la parentesi, ecco che appunto da questa “clausola” si può cominciare a parlare di pensiero debole, di relativismo e di conseguente nichilismo. Appunto per tale motivo Ferraris propone un nuovo realismo, che abbatta quanto esposto da Vattimo e faccia passare la “sbornia nichilista”. La confutazione però non appare delle migliori: da un canto Vattimo afferma che “la verità è un affare di potere” e che non sia possibile confrontarsi, se non con i propri “compagni”, d’altra parte Ferraris non riesce a rispondere al nocciolo della questione, alla domanda di fondo “in che direzione vogliamo guidare la nostra esistenza individuale o sociale?”.
    La quaestio posta da Vattimo è inequivocabilmente necessaria. Sembra infatti poca cosa cercare di superare il nichilismo, il dubbio iperbolico, lo scetticismo senza affermare che la verità sia solo un fatto puramente riscontrabile nella fisica (ad es. oggi piove, nessuno può negare il contrario, etc.). E’, se vogliamo, la stessa causa che mosse Aristotele a superare se stesso per approdare a ciò che verrà chiamata poi da Andronico di Rodi e da tutta la storia successiva, “Metafisica”. Se è chiaro che un effetto per essere definito tale e non qualcosa di diverso richiede di essere collegato alla propria causa, uno sguardo settario e ghettizzato sul mondo degli effetti non farà altro che rimandarci ad ipotesi coerentiste, contestualiste, postmoderniste, che non sono altro di diverso dal razionalismo più sfrenato. Chiariamo però la situazione: il luogo del dibattito non è possibile affrontarlo su astrattezze, né su (in)giustificate postulazioni. Chiaro come il Sole che per dubitare di tutto occorre la facoltà preposta al dubbio, ma, se in tal misura riconosciamo che dal dubbio vien fuori l’essere, l’essenza e la fondatezza, l’atman, è ovvio il contrario, cioè che la causa determina l’effetto.
    E, per sentenziare un’ipotesi nichilista, postulare un’interpretazione forzatamente razionalista, di cui purtroppo la filosofia moderna e contemporanea sono afflitte, non serve ad altro che a dimostrare come il pensiero da solo abbia dei limiti. Scriveva Pascal: “l’ultimo passo della ragione è ammettere che ci sono un’infinità di cose che la superano”. Può dunque esser questa la chiave di lettura? Può esserci qualcosa che supera la forzatura intellettualistica della speculazione sopracitata? Ebbene sì,  chiamasi Libertà. Per maggior chiarezza, usiamo la parola libertà per definire la mancanza di un principio di condizionamento interno, che ci precluda ogni possibilità conoscitiva. Ad esempio, nell’ideologia proposta da Vattimo, si ritiene che ci si possa confrontare solo con i propri “compagni”; chi ci dice, però, che questi compagni siano la fonte unica unica della verità? E soprattutto come ci sarebbero arrivati ad essa ? Non dovrebbe essere possibile trovare la verità nell’incontro con l’Altro da sé ? Io sono davvero libero quando non frappongo nessun giudizio all’esperienza, soprattutto prima di averla compiuta. Nello specifico, dobbiamo ammettere che l’assenso viene prima dell’accettazione di un fenomeno (per ricollegarci alla frase di Vattimo) .  Ed in questo il richiamo va a Zenone di Cizio, fondatore della scuola ateniese dello Stoicismo (IV sec. a.C.) . Zenone pose come teoria della conoscenza l’esperimento seguente: si paragona la rappresentazione che si imprime nell’anima al palmo aperto e disteso della mano. Contraendo leggermente le dita avveniva secondo lui l’assenso concesso alla rappresentazione; il successivo step era quello in cui l’anima riconosceva come vera e corrispondente all’oggetto esterno la rappresentazione e, quindi, accettabile. Successivamente serrava la mano a pugno e paragonava questo alla comprensione, un “afferrare” metaforico l’oggetto da parte della mente. Infine stringendo il pugno chiuso con l’altra mano, sosteneva che questa era la scienza, una conoscenza salda e non suscettibile di essere scossa da nulla. L’esperimento mentale qui esposto è il fulcro, il punto vivo della nostra esperienza del reale: non siamo stati messi al mondo perché abbiamo compreso di doverci vivere, ma semplicemente siamo nati. Non ci innamoriamo di una persona perché corrisponde al nostro identikit della “persona amabile”- guai se lo fosse! Non abbiamo fame perché pensiamo di averla. Andiamo quindi alla base: vi è un’immane difficoltà della ragione umana a stabilire, senza dogmatizzare, l’essenza di questo “sconosciuto”. E il tentare dei facili postulati per coagulare questo essere è assolutamente errato. Quindi lo scetticismo stesso, che tanta forza ha avuto grazie alla necessità della prova sperimentale galileiana, più incentrata a rilevare e verificare il dato quantitativo e non quello qualitativo, essendo quest’ultimo non misurabile con la tecnica medesima, può essere distrutto con semplicità.  Primo punto: ipotizzando che tutto ciò che noi percepiamo sia illusorio, che ci sia un genio maligno che obnubila i nostri sensi e che nulla sia reale, come uscirne se non sostenendo che, anche ammettendo l’ipotesi, saremmo sempre nel regno della Verità? In un mondo di dubbio vi è certezza che tutto sia dubbio, vi è quindi la prima verità epistemica. Secondo punto: portando all’estremo questo dubbio nichilistico: per sostenere l’ipotesi del dubbio ci vuole la definizione di verità , logicamente l’una non può escludere l’altra, indi per cui resta solo l’essere, la realtà che per comprendersi deve oltrepassarsi. In termini più semplici, bisogna tracciare una linea di discontinuità tra sovrastruttura e bisogno. La prima sussiste sulla base di un accordo tra le parti tramite la formulazione di una teoria, un dogma, con la pretesa d’ inquadrare, di decifrare, la realtà e con essa un giudizio tramite cui determinare un proprio comportamento etico-politico. La seconda è strettamente legata all’esperienza del singolo individuo, che non può essere soddisfatta da una sottoscrizione a un postulato. Inoltre l’essere umano è in eterno divenire, è sottoposto al mutamento temporale, indi per cui un postulato non può garantire la flessibilità adeguata al tempo e al luogo in cui viene adottata. A maggior ragione, considerando che il postulato, proprio per la pretesa di essere accettato da una comunità, deve porsi in universale ,  è ovviamente astratto dalla richiesta di partecipazione al reale del singolo individuo. L’ideologia quindi non offre né l’adeguato senso critico, né la mobilità di adeguarsi ai cambiamenti sociali e personali, né la coerenza alla mutevolezza dei bisogni individuali.  L’ideologia è inautentica. Ristabiliamo l’importanza dello sguardo autoptico sui fenomeni, e soprattutto adesso, in tempo di crisi, stabiliamo come campo d’indagine la natura dei nostri bisogni. Squarciamo lo schema, buchiamo il sistema, andiamo “oltre la linea” del nichilismo e identifichiamo anche i bisogni naturali fisiologici e non indotti. Terzo punto: per sostenere l’esistenza del genio maligno (vd. Cartesio) bisognerebbe inquadrare gli effetti reali di questa causa.  Adesso è chiaro che il sentimento con cui è possibile porsi è unico e solo, è universale: è il senso religioso. I greci, il cristianesimo, l’induismo, come le altre grandi culture bimillenarie, hanno superato se stessi nel momento in cui hanno compreso la propria temporalità, la propria finitudine . Percepire quindi il reale come atto di verità epistemica è quindi il conoscere se stessi, rispondere ai richiami dell’Io, superando i vincoli del ragionamento a priori kantiano. Come si può difatti avere un giudizio di valore su qualcosa che al tempo stesso si manifesta non nella sua interezza e non per il suo valore ? Il principio che emana i significati del conosciuto è gratuito ma al tempo stesso scevro di immanentismo. Non è insomma un dato fisico da utilizzare come cavia, non è possibile frantumarlo a proprio piacimento. E d’altronde come sostiene saggiamente Albert Camus “O si serve l’uomo nella sua interezza o non lo si serve per nulla”. Cosa vuol dire questo ? Che non è possibile trascendere dalla nostra unità psicofisica chiamata mens, anima razionale. Essa è ben altro che la facoltà cerebrale di assorbire concetti come una spugna, perché ha compreso nella pienezza la sua vacuità, la sua contingenza. Da qui nasce l’arte, il sentimento poietico che tanto ci appartiene e che nella sua immensa pienezza non ha un valore, né un prezzo, perché inestimabile. Quindi superando il vincolo che vi è tra le categorie, tra la qualità e la quantità, ci si può riconnettere degnamente alla vita, superando il ghetto mentale de “la verità è un affare di potere” e del “bisogna confrontarsi con quelli che la pensano come noi”. Il reale non ammette assoluti, ma solo l’Assoluto, ciò che non ammette altro da sé per sussistere, il Mistero, il Trascendente. Il Trascendente  è ciò che ci oltrepassa: la possibilità non considerata, la porta che ignoravamo, il bisogno non ancora percepito, il futuro non ancora presente. Il mistero fatto carne, per usare una semiologia cristiana. Escludiamo quindi le escludenze, aboliamo ciò che distrugge l’immagine, la metafora, la fantasia, il desiderio. Il trascendente è quindi la meta-possibilità, la manifestazione concrerta della meta testualità della conoscenza, un ampliamento insomma del discorso sulla nostra esistenza. Insieme agli inalienabili bisogni dell’Uomo, il Trascendente dev’essere la principale materia di studio per le nostre indagini. Si cerca il necessario, insomma. Cos’è quindi questo senso religioso ? Eccone la definizione: « Secondo Nathan Söderblom, Rudolf Otto e Mircea Eliade, la religione è per l’uomo la percezione di un “totalmente Altro”; ciò ha come conseguenza un’esperienza del sacro che a sua volta dà luogo a un comportamento sui generis. Questa esperienza, non riconducibile ad altre, caratterizza l’homo religiosus delle diverse culture storiche dell’umanità. In tale prospettiva, ogni religione è inseparabile dall’homo religiosus, poiché essa sottende e traduce la sua Weltanschauung (Georges Dumézil). La religione elabora una spiegazione del destino umano (Geo Widengren ) e conduce a un comportamento che attraverso miti, riti e simboli attualizza l’esperienza del sacro»  ‎(da Julien Ries. Le origini, le religioni). Pensiamo al sacro come alla meraviglia di Leopardi nel contemplare l’Infinito, uno sguardo rivolto ad un fatto non immediatamente compreso nella sua interezza, ma che ci affascina pur non conoscendone la causa; il sacro è l’apertura all’essere, alla possibilità di essere pervasi da questo sentimento. “Genio è chi crea concordanza tra il mondo in cui vive ed il mondo che vive in lui”sosteneva Hugo Von Hofmansthal, e il mito non  è altro che la percezione del silenzio, da cui la parola Mistero (gr. mwo), il manifestarsi della meditazione che ci collega alla realtà e che la problematizza. Il mito è la narrazione che il Mistero dona all’uomo, e credenti o no, il senso che ci pervade è l’unica risposta che guarda davvero dentro i significati della vita e che modifica la nostra realtà, plasmandola ogni giorno con un nuovo vissuto. I bisogni dell’Uomo e l’accettazione del mistero dell’esistenza sono gli unici metri di giudizio plausibili (ci falsificherà chi ha migliori idee) per una teoria della conoscenza. Infatti, per superare il pensiero postmoderno occorre credere, avere fede di poter realizzare nuovi contenuti al di là della rielaborazione di sistemi di pensiero in autentici, spersonalizzanti, oltre che meramente vecchi e logori. In conclusione, se di autoritas dobbiamo parlare, l’unica differenza possibile sarà solo tra ciò che si manifesta e il non manifestato. Altre dialettiche sovrastrutturali sono inutili. Superata così, con un sospiro, l’ideologia del progresso, del pensiero postmoderno che si supera per essere sempre più attuale, non resta altro che ricordarsi che la scienza dell’Uomo, tantomeno quella moderna, non vive di progresso, ma di riflessione.

    Di Natale Anastasi

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