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    Gela, tra i dimenticati della movida 

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    Dormono, mangiano, cucinano tra le foglie, oramai secche, cadute da alberi che, fino a qualche decennio fa, facevano da scenario ad una piscina rimasta sbarrata da un alto cancello bianco.

    Sono i forzati del commercio ambulante che fa da contorno alla vita notturna del lungomare di Gela.

    Arrivano dal Bangladesh, dallo Sri Lanka, dal Pakistan, dal Maghreb, dall’Africa sub sahariana: a Gela, tra una miriade di bancarelle, alcune volte ridotte solo ad alcuni, piccoli, espositori, vendono oggetti d’artigianato insieme a qualsiasi tipo di souvenir per la spiaggia.

    Nell’attesa che il caldo della mattina si assopisca con l’arrivo delle ore serali e, in questo modo, consenta loro di aprire le bancarelle: vivono all’interno di una piccola giungla, fatta di rifiuti e popolata da topi ed insetti di ogni tipo.

    “Almeno – dice Kazy – qui c’è ombra”.

    Kazy, che mi accompagna in questo viaggio fra i suoi colleghi ambulanti, viene dal Bangladesh, ha una laurea in economia, vive a Palermo: ma, in Sicilia, non ha potuto fare altro che girare fra le tante feste patronali organizzate dai comuni, piccoli e grandi, e guadagnare il necessario per sopravvivere.

    “A Gela – spiega Kazy – rimaniamo, praticamente, per l’intero periodo estivo. In molti andranno via dopo la festa dell’8 settembre. Ci arrangiamo, non possiamo permetterci di viaggiare periodicamente fino a Palermo e, poi, ritornare. Per questo motivo, molti dormono nelle macchine, altri, invece, a terra sui cartoni oppure all’interno di piccole tende”.

    Mentre i bagnanti percorrono il tratto di strada che li divide dalla spiaggia, gli ambulanti sono intenti a cucinare tra gli alberi dove, contemporaneamente, dormono.

    “Noi paghiamo tutto per occupare i sei posti a disposizione – spiega sempre Kazy – ci sono, per dire la verità, anche gli abusivi ma noi non possiamo farci nulla, anche loro vengono a Gela per guadagnare qualche soldo. Purtroppo, andiamo spesso in municipio ma i servizi, almeno un bagno per lavarci, non ci sono mai stati messi a disposizione”.

    Gli ambulanti che, in alcuni casi, arrivano a Gela anche con bambini piccoli, sono costretti a lavarsi all’interno dei bagni presenti nei tanti esercizi commerciali del lungomare.

    Pagano quotidianamente una somma al gestore e possono accedere: insomma, si paga anche per fare una doccia o rinfrescarsi la faccia.

    In alternativa, utilizzano le docce collocate sulle passerelle che conducono al mare.

    Le pentole convivono con i rifiuti sparsi ovunque: l’odore delle spezie utilizzate per condire i pasti è sempre più intenso.

    Tutti stanno attenti a non fare troppo rumore: un ambulante africano, appena arrivato in città per la festa patronale, infatti, sta dormendo su un cartone poco distante dalle “cucine”.

    L’odore emanato dal contenuto delle pentole, però, si scontra con il tanfo prodotto dall’assenza di bagni.

    “Ogni tanto – commenta Kazy – capita che i bisogni più impellenti vengano fatti tra l’erba”.

    La loro estate a Gela sta per concludersi: ma la piccola tendopoli messa su dagli ambulanti è, oramai, una costante del lungomare gelese da almeno tre anni.

    Tutti sanno, pochi, però, cercano di porre fine a questa prassi.

    “Come sindacato – spiega Nuccio Corallo responsabile dello sportello migranti della Cgil – abbiamo più volte segnalato le condizioni di vita di questi lavoratori. Abbiamo avuto colloqui, anche lo scorso anno, con l’assessore al ramo. Si era trovata una soluzione che prevedeva lo spostamento delle bancarelle a pochi metri di distanza da questa zona, praticamente a ridosso della capitaneria di porto. Ma i lavori avviati in quell’area hanno riportato tutto indietro”.

    Gli ambulanti, intanto, radunati al centro della loro piccola giungla, iniziano a mangiare: i piatti di molti, però, sono stati coperti da uno strato di sabbia trascinata dal forte vento che si è abbattuto sulla spiaggia.

     

    Rosario Cauchi

     

     

     

     

     

     

     

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