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    La tragedia di Portopalo 

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    Esistono al mondo tragedie di cui spesso l’opinione pubblica ha esplicitamente negato l’esistenza. Di questi innumerevoli casi di “catastrofi sconfessate” una, in particolare, si è svolta quasi sotto i nostri occhi, a poche miglia dalla nostra costa siciliana, nelle vicinanze di Portopalo di Capo Passero, e questo la rende ancor più dolorosa e allo stesso tempo emblematica. Stiamo ovviamente parlando di uno dei più grandi disastri navali avvenuti nel Mare Mediterraneo dal secondo conflitto mondiale fino ad oggi. Che si chiami Naufragio della F174, Strage di Natale o Tragedia di Portopaloil risultato non cambia. L’esito è di uno dei numerosi e tristemente noti “viaggi della speranza” terminatosi nel peggiore dei modi possibili. Qualche settimana prima di quell’infernale notte tra il 25 e il 26 dicembre
    Porto palo

    Porto palo

    1996,  il vile meccanismo che stritola incessantemente nei suoi ingranaggi centinaia di esseri umani si era messo in atto. Un fenomeno infausto, spesso troppo sottovalutato, ascrivibile sotto la dicitura “traffico/commercio di esseri umani”. Parole che a sentirle dovrebbero farci rabbrividire, ma che, troppe volte, rimangono circoscritte nella cupa e più totale indifferenza. 470 persone. Quasi mezzo migliaio di esseri umani. Era questo il numero raggiunto in questa dannata statistica del gioco di chi liquida vite come fossero merci. Il numero totale caricato come bestiame sulla nave-cargo Yohan, battente bandiera honduregna, era proprio questo. Senza dimenticare che, per i circa dodici giorni precedenti la partenza di questa nave, buona parte di essi era stata tenuta quasi prigioniera all’interno del battello Friendship in condizioni che definire disumane è dir poco. Ma l’esigenza di partire a “pieno carico” per massimizzare i profitti di queste spedizioni era troppo importante. Cosicché vennero “raccolti” più migranti possibili, soprattutto provenienti dalla zona del Sud Est Asiatico, in particolare India, Pakistan e Sri Lanka, paesi tutti, quale più quale meno, stritolati da sanguinose lotte intestine. Sulla Yohan le condizioni durante il viaggio non sono migliori, con denutrizione e disidratazione diffuse durante il travagliato viaggio. Arrivati alla sciagurata meta, si mise in atto il trasferimento dalla nave da trasporto al battello, di bandiera maltese, chiamato F174. L’imbarcazione, in legno, è decisamente malconcia e dà subito da segni di cedimento. Imperterriti, nonostante ciò, i nostri carnefici continueranno il trasbordo. Ma durante questo trasferimento, la nave-cargo urta e squarcia lo scafo del battello, che ha appena accolto all’incirca 300 anime. E’ l’inizio della catastrofe. Il battello affonderà, portando con sé in fondo al mare 289 persone, assieme ai loro sogni e alle loro speranze. Il fatto più sconvolgente è che, da questo preciso momento, quei corpi in fondo al mare saranno abbandonati a se stessi, diverranno dei fantasmi. Ignorati dai vari governi nazionali (in primis il nostro), rimangono sospesi in un tetro limbo, quasi accreditato da quella legge non scritta che vede il mare quasi come una “No Man’s Land”, una terra di nessuno. Saranno persino volutamente ributtati a mare dai pescatori che ripescheranno i cadaveri nelle proprie reti, per non spezzare quella catena di mercato, che, se interrotta, li priverà della possibilità di attività e sostentamento. Una guerra tra poveri. E l’oscurità regnerà assoluta e durerà cinque anni. Solo nel 2001, infatti, un’inchiesta del giornalista, allora del quotidiano “La Repubblica”, Giovanni Maria Bellu inizierà a far luce su questa grottesca vicenda, che solo negli ultimi anni ha visto l’incriminazione e il processo di alcuni dei boia cui è imputabile questo inaudito massacro. E solo da poco le famiglie delle vittime hanno potuto vedere riconosciuta quest’immane disgrazia, che fine a qualche anno fa era considerata una leggenda alla stregua di altre “navi fantasma”. Giovanni Maria Bellu ha scritto un libro su questa sporca faccenda, I fantasmi di Portopalo. Natale 1996: la morte di 300 clandestini e il silenzio dell’Italia (2004). Inoltre, assieme a Renato Sarti e Bebo Storti, ha realizzato lo spettacolo teatrale La nave fantasma. Tutto questo affinché non scompaia la memoria storica della vicenda, come troppo spesso accade. Purtroppo, a nostro parere, troppa verità ancora non è stata detta. Del resto, vasti “buchi neri”, in cui è intrappolata troppa materia su questi casi così apparentemente nebulosi e misteriosi, sono sempre più colmi. I poteri forti fagocitano incessantemente ogni tentativo di fare nuova luce. Il sospetto che sui traffici di esseri umani ci sia il tacito consenso delle politiche governative degli stati nazionali, come hanno denunciato alcuni rapporti di Human Right Watch su questi immorali accordi fra governi (ad esempio il patto Italo-Libico fra le due nazioni precedenti alla guerra civile in atto) non riuscirà mai a dissiparsi. Poiché in fondo, per le grandi potenze cos’è l’immigrazione clandestina se non un altro modo di creare illecitamente profitto?  

    Simone Bellitto

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