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    Ombre sul sistema scolastico giapponese. Opprimere per formare? 

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    Da occidentali siamo abituati a pensare al sistema educativo giapponese come uno dei migliori possibili. Questa convinzione, dovuta alla nostra ammirazione (ed anche ad una certa invidia) per una macchina che sembra così perfetta, trova purtroppo poca corrispondenza con la realtà. Per decenni abbiamo lodato tale modello perchè in grado di preparare studenti disciplinati e notevolmente capaci nelle materie scientifiche, e di conseguenza dei futuri dipendenti ideali. Il quadro del sistema scolastico però mostra chiaramente una serie di fenomeni sociali, che benchè dilaganti in Giappone, sono a noi scarsamenti noti. Tutt’oggi vi è un dibattito in corso all’interno della società giapponese.

    Il bullismo nelle scuole nipponiche non può essere considerato come un evento da ascrivere a pochi casi isolati. Nel corso degli anni ’80 le autorità non hanno esitato a definire con il termine ijime (sostantivo che deriva dal verbo ijimeru, letteralmente “tormentare”) i numerosi casi di violenza scolastica che si manifestavano sempre più frequentemente. Durante il ventennio ’80-‘90 queste ripetute molestie hanno alimentato una paura crescente e causato l’abbandono degli studi di molti giovani, altri invece venivano vessati a tal punto da essere spinti al suicidio. È incredibile se pensiamo che il Giappone è uno dei paesi con il più alto tasso di alfabetizzazione.

    Le soluzioni messe in atto per ridurre il problema della violenza nelle scuole non si sono rivelate particolamente efficaci, come dimostrano le indagini del Ministero dell’Istruzione Giapponese. Il fallimento dei provvedimenti adottati può essere imputato da una parte alla superficilità con cui è stato affrontato il fenomeno. Dall’altra alla Legge sui giovani, che impone che solo chi ha superato il sedicesimo anno di età possa essere processato, rappresentando così un freno concreto all’arginamento del fenomeno dell’ijime. Gli studenti che non hanno raggiunto la suddetta età vengono infatti semplicemente richiamati o puniti con “punizioni scolastiche”, senza conseguenze penali.

    In molti si sono chiesti quali siano le cause da ricercare per riuscire a spiegare un evento di così vasta portata e quali siano (se ci sono) i presupposti storici. Il nazionalismo intransigente, che dalla Restaurazione Meiji (1868) fino alla sconfitta nel secondo conflitto mondiale ha attraversato la società giapponese, è sicuramente una chiave di lettura. La militarizzazione dell’apparato scolastico durante gli anni ’30 e ’40 dello scorso secolo ed il feroce controllo esercitato sugli studenti portò inevitabilmente a considerare la cultura e la razza nipponica come superiori, tant’è che qualsiasi comportamento che non fosse prettamente giapponese venne ostracizzato e i trasgressori puniti.

    Nel dopoguerra, nonostante i cambi di potere al vertice, la smilitarizzazione e l’annullamento dei vecchi decreti e manifesti del periodo fascista, le riforme volute dal governo d’occupazione americano non modificarono sostanzialmente la struttura educativa. Le regole di comportamento e la didattica restavano le stesse. Era ancora privilegiato lo studio mnemonico, i programmi rimanevano sotto il controllo del governo e le lezioni venivano seguite passivamente degli studenti, inibendone così la personalità e la creatività. Il superamento dei test, che risultavano particolarmente competitivi, era il fine principale (se non unico) dell’apprendimento.

    Va ricordato però che negli anni del suo boom economico il Giappone si ritroverà avvantaggiato grazie anche al suo sistema scolastico. Ai valori tradizionali della cultura giapponese, quali spirito di abnegazione, disciplina e costanza si aggiungevano studi rigorosi e proficui, che avrebbero formato di lì a poco la nuova classe dirigente e imprenditoriale. In meno di 3 decenni il Paese si confermerà come seconda potenza economica mondiale, un avvenimento unico nella storia, soprattutto se pensiamo alle condizioni in cui si trovava dopo la Guerra nel Pacifico.

    Negli anni ’70, proprio mentre l’Occidente applaude al miracolo giapponese lodando l’efficienza delle scuole del Paese del Sol Levante, i mass media nipponici iniziano ad interessarsi ai primi casi di ribellione e di violenza. Gli studenti, che oltre alle normali ore scolastiche (da 220 a 240 giorni scolastici in un anno) venivano costretti dalle famiglie a seguire quotidianamente degli speciali doposcuola per la preparazione agli esami, consideravano il sistema educativo infernale ed opprimente. Estenuati dalla questa rigidità e dalla competitività a cui venivano sottoposti, alcuni iniziarono ad assumere atteggiamenti violenti nei confronti di altri studenti ed insegnanti.

    Ed oggi, cos’è cambiato rispetto al passato? L’occidentalizzazione del Giappone è  riuscita in parte a porre delle basi per un cambio di mentalità in ambito educativo. Fenomeni di violenza sono purtroppo ancora presenti, anche se in numero minore. Ma se non ci sarà un cambiamento all’interno delle istituzioni, un vero e proprio movimento di rottura col recente passato, sarà dura riuscire a dare una svolta pienamente liberale al sistema educativo. Certo, grandi cambiamenti richiedono tempi lunghi, tuttavia i giovani giapponesi sono a conoscenza che per molto tempo gli è stato negato il diritto di sognare e di creare, adesso sta a loro.

    Fonti :

    – Boye Lafayette De Mente, Japan Unmasked (traduzione italiana a cura di Francesco Vitucci, Il Giappone oltre la maschera, Clueb, 2011 ISBN 978-88-491-3516-9)                    – Wikipedia

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