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    Reportage dalla riserva “Pino d’Aleppo” 

    Tempo di lettura: 3 minuti

    Riserva del Pino d'AleppoE’ mattino. Sono le otto e mezzo circa a Vittoria. Entriamo nella riserva del Pino d’Aleppo, quando il caldo si sta rinforzando, quando incomincia a divenire fastidioso. D’altronde la valle, quella valle che è il fulcro della riserva, è una specie di serra naturale. E’ verde, piena di alberi, di canneti, di macchia bassa. La chiamano Val d’Ippari, dal nome del fiume che l’attraversa.
    Questo territorio ha parecchie peculiarità naturali, ha un buon livello di biodiversità. In generale, tutta la zona è biologicamente molto interessante. A tal proposito c’è anche una certa legge, quella nota 222 del 2007, che dovrebbe far nascere un parco, il cosiddetto “Parco Nazionale degli Iblei”: la zona interessata è principalmente quella della nostra provincia. Un patrimonio di un certo peso. E una grande responsabilità.
    Nello specifico, la riserva di cui stiamo parlando è stata costituita per salvare una comunità di pini molto speciali. Lo dice il decreto istitutivo: la riserva nasce al fine “di salvaguardare le formazioni residue autoctone di Pinus halepensis e di ricostituire la pineta nelle aree a gariga degradata per azione dell’Uomo”(D.A. n.536/90 dell’Assessorato Territorio e Ambiente della Regione Siciliana). Ovviamente la riserva ha molte altre risorse: conigli, lepri, volpi e donnole sono solo alcune delle 400 specie animali censite. Insomma, se l’hanno fatta riserva, un motivo ci deve essere stato.
    Dentro lo spazio protetto ci arriviamo dopo aver visto una parte dell’Emaia, prospiciente l’area del Pino d’Aleppo. Non si contano i sacchi di plastica, che il vento conduce qua e là, ai confini con un luogo che dovrebbe essere intoccabile. Scendendo giù, ci troviamo davanti ad una torre di legno, che sembra essere da sempre oggetto di vandalismo: bruciata, danneggiata, aggredita così spesso che alcuni vittoriesi non ne sanno descrivere la storia, quasi si fosse perduta nella barbarie. Noi troviamo dei vetri a terra, che pensiamo essere della torretta. Sotto di essa una piccola discarica di vari materiali, anticipazione e prologo dello spettacolo orrendo che si svolge sul costone sottostante. Una parte della ringhiera di legno è stata distrutta, forse proprio per scaricare più agilmente dei rifiuti sul fianco della collina: sotto c’è di tutto, apparecchi elettrodomestici e amianto compresi.
    Seguendo il serpente d’asfalto che attraversa la riserva troviamo di tutto. E’ difficile fare un elenco, un censimento preciso: troppo materiale. Ci sono i barattoli arrugginiti, quelli della vernice, i televisori, le tegole d’amianto. Non mancano neppure i mobili, il materiale edile e un branco di cani apparentemente randagi. Sia dentro che ai limiti della riserva compaiono intere discariche di materiale vario.
    Non parliamo poi delle zone attrezzate: imbocchiamo un sentiero e leggiamo su un cartello la scritta “PERCORSO NATURALISTICO RISERVA NATURALE PINO D’ALEPPO”. Ecco, incontriamo delle splendide panchine, la maggior parte delle quali non hanno le aste in legno perché vi ci si possa sedere. Sono belle panchine in legno, su cui si potrebbe passare del tempo: una specie di zona per famiglie. Inutilizzabili. Sprecate.
    Il nostro viaggio prosegue, esplora gli angoli del Pino d’Aleppo. Oltre i confini, come anche appena oltrepassata la linea immaginaria che demarca ciò che non deve essere violato, troviamo ancora materiali. Ci sono i barattoli, quelli della vernice, arrugginiti, poltrone e intere sezioni d’arredamento, che quasi verrebbe voglia di sedersi, di provare l’ebbrezza di un salotto in discarica. E poi ci sono i sacchi di plastica, il polistirolo.
    Il rumore del motore della nostra vettura è per alcuni minuti l’unica cosa che si sente da queste parti. Qua e là ci sono degli spazi bruciati, terra nera. Sopra di noi si alzano colonne di fumo, per via dell’usanza locale di bruciare plastica a ogni ora del giorno. Qui un cartello sbiadito, là delle vecchie tegole in amianto. Quando ce ne andiamo, siamo convinti d’aver visto veramente poco, in proporzione a tutto il resto. Ma il tempo è breve. Ritorniamo indietro, per riflettere e iniziare a porci e a porre delle domande.

    Su tutto questo stiamo ancora facendo luce.

    Giulio Pitroso

    About the author: Giulio Pitroso

    Giulio Pitroso, nato nel 1989 a Ragusa. Laureato in Lettere Moderne a Catania, in Culture Moderne Comparate a Torino. Ha collaborato con Il Clandestino con Permesso di soggiorno, Sciclipress, IlMegafono.org. Ha diretto dalla sua fondazione Generazione Zero Sicilia fino al luglio 2012. Dallo stesso anno è presidente di Generazione Zero. I suoi articoli sono stati ripresi su Liberainformazione e i Siciliani giovani.

    In risposta a Reportage dalla riserva “Pino d’Aleppo”

    1. ilaria

      Sono una naturalista…ma poco importa, parlo da donna, da essere umano che si vergogna di essere tale. Sono indignata, amareggiata e inorridita innanzi a questo scempio provocato dall’uomo.
      La nostra terra potrebbe essere un paradiso…può l’uomo essere così ignorante da distruggere se stesso? Più conosco gli uomini, più amo gli animali!

       

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