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    L’antimafia 

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    La forza della mafia sembra essersi piegata sotto le spinte degli arresti. Sembra che tutto vada bene, che tutto cammini verso futuri rosei. Le prosperose e progressive sorti dell’antimafia. Eppure la realtà dei piccoli territori nasconde ancora le sue perle di cattiva quotidianità.
    Quello del giornalista è piuttosto duro come mestieri, di questi tempi. Lo è ancora di più giovanni_spampinatoin Sicilia, dove su cinque televisioni private, in media, una non è del potente di turno, non s’imbavaglia. C’è poi l’amara sorte di chi è freelance, di chi ha vent’anni e non viene pagato- oppure viene pagato una miseria-. Certo, risulta un po’ onanistico che qualcuno che fa giornalismo parli di giornalisti. Ma ci sono cose di cui non si parla, c’è una lunga ombra scura di silenzio, che coinvolge i nostri territori, che mette il cappuccio a tanta gente. I più, specie i ragazzi, narcotizzati come sono, non sanno di cosa stiamo parlando, sono convinti di vivere in belle e linde città. Altri, più o meno giovani, cercano di accettare verità-supposte, di evitare di sbagliare a parlare. Del resto, si dice in Sicilia, calati iuncu ca passa la china. Del resto, tutti hanno famiglia. E’ meglio lasciare perdere.
    Anche quando si sa che qualcuno è morto per qualcosa di vero e sacrosanto, si trovano mille scuse per evitare di pensare a quanto gravi sulla nostra testa la morte, il danneggiamento di un grillo parlante. E’ meglio credere che uno fosse un cretino o un delinquente, anche se si chiama Pippo Fava, Padre Diana o Giovanni Spampinato. Ragusa è rimasta tanti anni in silenzio, quando è morto Giovanni Spampinato, oppure si è riempita la bocca di fango. A livello nazionale lo hanno abilitato, ne hanno riconosciuto il sacrificio; ma qui ancora no. Qui è una storia da trattare con le pinze: “lo hanno ammazzato per una minchiata, ma quale mafia” oppure “era una questione personale” dice la gente. E la gente, che lo si voglia o no, è la popolazione di una città, anzi, è una città. Tolti i palazzi, le chiese, le piazze e le strade, restano le persone. E il peso della loro indifferenza può essere mortale.
    Se ieri hanno lasciato che si dicesse questo e quello, cosa lasciano che succeda oggi? Quanto è pesante il silenzio di un Paese intero, con i telegiornali sequestrati dal sorvolare facile, dalle tette e dai culi al posto delle storie di poveri cristi. La storia di un operaio che muore non è neppure una storia; la storia di un giornalista minacciato non è neppure una storia. E non serve nominarli uno ad uno. Ci sono però barlumi di speranza. C’è un organismo che si chiama Ossigeno per l’Informazione, che da anni lotta perché si parli di tanti uomini e donne che hanno il vizio di scrivere quello che vedono. Di recente un’inchiesta dell’Espresso ha portato alla luce degli occhi del grande pubblico le storie di chi è un giornalista minacciato. Qualcuno ne parla, offre aiuto. Ma per il resto è un vuoto totale.
    Ci si stupisce quando un telegiornale locale fa il nome di Rosario Cauchi, sembra incredibile che qualcuno parli della sua storia. Ormai sembra sempre normale il contrario. E se è inevitabile esprimere solidarietà a Gianfranco Criscienti, non basterebbe una pagina per ricordare tutti quelli che rischiano oggi. Le minacce pesano. Arrivano sotto forma di querela, a volte: e lì non ti aiuta nessuno, perché chi si può comprare un buon avvocato è in linea di massima una persona perbene o perché certe battaglie interessano a nessuno; le persone perbene è meglio non intralciarle. Arrivano sotto forma di una scritta, di un avvertimento qualsiasi e diventano, nel migliore dei casi, un minuto di riflettore su un mondo sommerso, volutamente dimenticato. Diciamo pure che qualcuno ci specula, ma non diciamolo troppo forte, perché sono persone perbene.
    Ci sono organizzazioni come Libera, iniziative come il festival del giornalismo di Modica, ci sono aiuti europei per chi vuole provare a far qualcosa, come nel nostro caso; ma la gente è dura come le pietre. In Italia come in Sicilia; anzi, più in Sicilia che in Italia. Difficilmente si riconosce quella palese situazione di illegalità come tale. Difficilmente ci si indigna. Alla Sicilia, all’Italia piace dormire, forse. O forse è vero quello che diceva un certo personaggio del Gattopardo, rifiutando di fare il deputato- ai tempi d’oggi lo avrebbero preso per un cretino-, mentre spiegava le ragioni delle disgrazie dei Siciliani: siamo un popolo superbo e ci consideriamo i migliori in tutto, noi crediamo di non dover migliorare.

    Giulio Pitroso

     

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