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    I volti del primo marzo- Intervista a Giorgio Ruta 

    Tempo di lettura: 3 minuti

    Di Giulio Pitroso

    Giorgio Ruta scrive per “L’isola Possibile” e “La Verità” e ha numerose esperienze nel campo del giornalismo d’inchiesta, nonostante la giovane età. E’ tra le anime de “Il Clandestino con permesso di soggiorno”. Insieme a Massimiliano Perna e Rosario Cauchi è autore di un libro sui migranti, “I volti del primo marzo”.

     

     

     

    Di cosa parla questo libro?
    I volti del primo marzo racconta lo sciopero dei migranti che si è tenuto in molte città italiane, appunto, il primo marzo scorso. Abbiamo partecipato alle manifestazioni di Catania e Siracusa e abbiamo ascoltato i migranti. Abbiamo raccolte le loro storie, ci hanno raccontato dei loro viaggi e delle loro condizioni di sfruttamento. Ma non abbiamo documentato solo questo bellissimo giorno di rivolta dei migranti infatti abbiamo contestualizzato la loro ribellione nel contesto in cui vivono facendo delle inchieste sulle condizioni lavorative nel nostro territorio. Ne esce un mix di sfruttamento, disumanità e violenza.

    Da dove è nata l’esigenza di scriverlo?
    Il libro nasce da una volontà precisa. Noi sentiamo tutti i giorni il fenomeno migrazione affrontato in termini di numeri e documenti: “Ne arriveranno 2 mila” oppure “Senza documento sei espulso”. Dimentichiamo colposamente che stiamo parlando di persone, calpestiamo il senso di umanità in continuazione parlando dei migranti. Noi abbiamo voluto capovolgere, nel nostro libro, la situazione e abbiamo deciso di dare un volto e una storia ad ogni migrante con cui abbiamo parlato. Non parliamo di documenti o di numeri ma raccontiamo le storie di nostri coetanei che hanno dovuto lasciare la proprio terra, abbandonando amori, affetti, abitudini per cercare soltanto di vivere. Voglio soltanto un futuro.

    Chi sono gli autori?
    Il libro ha due anime: una fotografica e una di testi. Gli autori dei testi sono Rosario Cauchi, Massimiliano Perna e io, mentre le foto sono state realizzate da Francesco Di Martino e Giuseppe Portuesi. Il libro ha visto anche partecipazioni importanti che ci hanno fatto molto piacere: Fabrizio Gatti, Antonello Mangano, Andrea Scarfò, Ilaria Sesana, Stefania Ragusa. I Volti del primo marzo è un lavoro collettivo che racconta una storia collettiva.

    La modalità per finanziarlo è stata diversa dal solito o mi sbaglio?
    Non sbagli. Abbiamo deciso di finanziare il libro tramite la produzione dal basso. Il libro è stato edito da chi prima che fosse stampato il prodotto ha deciso di sostenere economicamente il progetto diventando editore. Ci sono stati più di 150 piccoli editori che hanno deciso che I Volti del primo marzo dovesse essere stampato. La forza della produzione dal basso è la forma democratica e partecipativa che esprime. Poi ha appoggiato il progetto anche la casa editrice Marotta e Cafiero di Napoli che ci sta dando una grande mano nella diffusione del libro.

    Come lo state promuovendo?
    Abbiamo cominciato a girare per le presentazioni per l’Italia. Vogliamo far conoscere le storie di questi ragazzi a tanta più gente possibile. Vogliamo far sentire i sogni e le speranze dei migranti ai giovani, agli anziani, agli studenti, agli impiegati, agli operai. Ci piacerebbe molto che quest’altra Italia che raccontiamo non fosse più l’altra Italia.

    Che interesse avete riscosso?
    Siamo molto contenti. Come ti dicevo abbiamo avuto 150 co-produttori e questo per noi è stato una bella soddisfazione. L’interesse fino ad ora c’è stato, c’è curiosità su un tema che viene raccontato solo a metà.

    Chi sono i migranti? Come vivono?
    I migranti sono persone come te e come me. Sono molto spesso giovanissimi in fuga dalla povertà e dalla guerra. Affrontano viaggi lunghissimi che possono durare anche anni. Affrontano il deserto, spesso le carceri libiche, e poi il mostro del Mar Mediterraneo. Molte persone che lasciano il proprio paese per avere un futuro non portano a compimento il loro viaggio. Molti di loro muoiono. Una volta arrivati da noi vogliono soltanto lavorare e fanno quei lavorai che gli italiani non vogliono più fare. Quanti sono gli italiani che lavorerebbero per 15 euro al giorno per stare 12 euro a raccogliere fragole sotto il sole d’agosto?
    Poi c’è il problema delle abitazioni. Molto spesso vivono in abitazioni fatiscenti e a volte queste catapecchie gli vengono affittate dai datori di lavoro che scalano dal già misero stipendio. Se sei donna tutto è più difficile. Si susseguono storie scabrose nelle campagne di Vittoria. Donne per lo più rumene che dopo una giornata di lavoro sono costrette a concedersi sessualmente ai loro padroncini. Non per coincidenza aumentano gli aborti a Vittoria.

    C’è una differenza tra il modo in cui raccontate i migranti e la figura del migrante percepita dalla gente?
    Si. Il migrante è percepito come un invasore di cui si deve avere paura. Il messaggio che passa dai media che i migranti sono: spacciatori, stupratori, ladri. Insomma, brutti, sporchi e cattivi. E viene percepito questo perchè non ci degniamo di conoscerli, ci barrichiamo nella nostra fortezza senza far trasparire la nostra umanità. Qual è la differenza fra noi e loro? Nessuna, abbiamo lo stesso sangue.
    Un migrante che abbiamo intervistato ci ha detto una cosa molto saggia: “Qual è la differenza tra un tunisino che arriva in Italia e uno studente del sud che va a studiare nel settentrione?” Nessuna. Noi italiani dimentichiamo spesso di essere un popolo di migranti. Negli Stati Uniti o in Germania fino a qualche decennio fa eravamo noi gli sporchi, brutti e cattivi. Abbiamo memoria corta.

     

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