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    La Felicità: una questione impronunciabile ai giorni nostri? (La Zanzara, n.3) 

    Tempo di lettura: 6 minuti

    Natale Anastasi

    Vivere non è star all’uscio dell’esistenza,
    Vivere è immensa gioia d’infinito,
    Vivere è l’immergersi nella profondità del Tutto.
    Vivere di felicità, sempre.

    La bellezza salverà il Mondo.

    La felicità rappresenta il massimo raggiungimento per chi voglia davvero sentirsi vivo. Essa tira in ballo tutta la nostra esistenza e ci indica sempre una via che richiede, il massimo sforzo, la massima esposizione e “pro-tensione” ai bisogni del nostro Io, del nostro cuore. Che cos’è la Felicità, che cosa comporta essere felice? Sarà capitato a tutti di porsi tale domanda e molti, non trovandone la risposta, l’avranno man mano accantonata, posta sempre più di rado, fino al punto di dimenticarsi la propria esigenza che ci mette davanti gli occhi le nostre più grandi problematiche. Quelle che teniamo nei meandri più cupi della nostra mente, quelle che pensiamo di poter “staccare” dal nostro cuore. Dimenticarsi del proprio bisogno di felicità è però al tempo stesso dimenticarsi della propria stessa esistenza. Come si può infatti vivere con così tanta ignavia la propria vita, sostenere che la felicità non esiste, e che vivere e sopravvivere siano nient’altro che sinonimi? Non è possibile ragionare in questi termini, questa società non può e non deve annichilire il nostro bisogno esistenziale di dire : “Io ci sono, qui ed ora, e voglio vivere”. Spesso infatti, con le nuove tecnologie, si reputa che dall’asservimento alle nuove macchine, ai nuovi dispositivi sempre più perfettibili si possa fondare una nuova ermeneutica dell’Uomo, dare cioè un nuovo volto alle nostre azioni e alla nostra esistenza, proponendo nuove soluzioni partendo dalla concezione dell’uomo inteso come macchina bionica (vedi la chirurgia estetica, la manipolazione genetica, il culto della personalità nei social network). Esse saranno sicuramente vie “più semplici”, ma di gran lunga inefficaci perché troppo “esteriori”, superficiali, per esigenze che in realtà riguardano tutto tranne che la “sola” nostra materialità. Le macchine non registrano i sentimenti. Può dunque una macchina, una protesi, farci stare davvero bene, renderci davvero Felici? Siamo dei pc in attesa del nuovo e più sicuro antivirus? E cosa sarebbe l’antivirus, la ricetta contro l’esposizione alla Realtà? Vogliamo davvero essere così ermetici, impermeabili, asettici al Mondo che ci circonda? Le esigenze del cuore, dell’anima, non potranno stare sopite a lungo, né sedate, perché provengono da Altro. Perché ciò che ci distingue dal nulla e dalle cose morte è proprio la nostra capacità di provare emozioni che, belle o brutte che siano, ci contraddistinguono come persone pensanti. Perché privarcene? Il rifiuto delle proprie esigenze, del proprio Destino, è l’ecatombe della fine. Tendiamo infatti a preferire il piacere momentaneo, quello che non implica un nostro totale coinvolgimento in ciò che facciamo, proprio perché si teme sempre che il nostro Io diventi il buco nero che ci inghiotta, ex abrupto,  tutti di un colpo. Non si comprende però che già tutto questo è avvenuto: sin dal momento in cui rifiutiamo di considerare la Vita come un dono, per farla scadere nel nulla, nella noia profonda. Non ci è richiesto pensare, fa male, ed è contro gli standard! E’ un passo agghiacciante per una società che ha estromesso la nostra Vita. Siamo esseri finiti, “esseri per la morte”, come direbbe Heidegger, e nulla di più? Non siamo, prima di tutto, esseri per la vita? Perché, da cosa dipende? Non desta alcun disagio il non porsi alcuna differenza? Possono i nostri pensieri, la nostra fame, svanire solo al nostro comando? Ovviamente no. Il piacere, per quanto lo si possa considerare più o meno interessante, è pur sempre fittizio, ci distrugge interiormente e poi fisicamente (alcol, droga, sport estremi). E non possiamo credere di curare un tumore con una semplice aspirina. Le nostre esigenze richiedono di trovare delle risposte, perché ci è dato di riceverle. Perché ci è dato di poter essere felici. Ma la soluzione non è l’escludersi dal Mondo, dalla realtà che ci circonda, perché da soli non possiamo “procurarci” la Felicità. La realtà infatti non è davvero nostra nemica, non è ciò di cui avere timore e terrore, non è una tragedia. E’ solo la Realtà, è magistra vitae. Uno sguardo semplice rende chiaro come siamo noi stessi a rendere orribile il mondo, a spregiare la vita, a disprezzare la casa in cui viviamo. Siamo talmente liberi che pensiamo di essere condannati ad esserlo, che crediamo di esser condannati a vivere, che distruggiamo la Natura, che facciamo guerre, e poi addossiamo le colpe a Dio? Ma chi ci costringe? Nessuno. Bisogna quindi guardare oltre: fino alle porte del proprio cuore. Esso è infatti la chiave di volta che ci permette di comprendere come siamo davvero interiormente, che ci identifica, e ci indica la retta via da seguire, che costituisce la nostra legge morale. C’è da chiedersi: cos’è quindi la Felicità, nel senso più alto del termine? Cosa c’entra con noi stessi? Perché ci poniamo la domanda sulla Felicità, è un concetto che abbiamo appreso e che abbiamo ricevuto da qualcuno? che ce l’abbiano insegnata? Semmai alcuni ci hanno insegnato a modo loro che è impossibile essere felici a questo Mondo: un’assurdità senza eguali! E inoltre: com’è possibile che tutti sappiano interiormente cosa sia la Felicità, cosa sia il senso della vita, e nessuno abbia il coraggio di parlarne (considerando coloro che ne parlano degli stolti arroganti) ? Siamo quindi noi esseri reali a costruire attorno a noi  delle sbarre, una gabbia da cui non usciremo mai più. In questa società in cui tutti pensano di essere onnipotenti e onniscienti, siamo davvero così liberi di “essere”? Sta di fatto che la libertà e la felicità non sono due realtà distaccate, e nemmeno affini, sono una il completamento dell’altra. Sono parte della stessa unità. Facciamo adesso una piccola analisi: gli epicurei sostengono che il massimo raggiungimento non sia la Felicità, bensì il piacere, la serenità, data dalla mancanza di dolore fisico (aponia) e di turbamento mentale (atarassia). Ma così non descriviamo cosa sia davvero il piacere, e nemmeno le condizioni di serenità secondo cui poter vivere. D’altro canto molti reputano che dal soddisfacimento dei bisogni primari e dei propri desideri più nascosti e generici (fama, ricchezza, potere, sesso) derivi la felicità. Siamo inoltre esseri in divenire e le nostre esigenze e desideri più legati al momento possono mutare con lo scorrere del tempo, col maturare della nostra personalità. Questa condizione – che molti non raggiungeranno mai a prescindere – quindi è già di per sé utopica, e anche se fosse raggiunta non arrecherebbe altro che uno stato finale di noia profonda e di mancanza di meraviglia in ciò che si ha? Quindi si indica ciò che realmente non è, non ciò che è. E da una tale mancanza si può dunque creare una premessa? La risposta è ovvia: il benessere, la felicità si costruisce partendo da sé, non dall’altro da sé, stando nella Realtà. L’interrogativo dunque è molteplice: come si può costituire un proprio vissuto ignorando proprio se stessi? E così facendo non si ignora infatti la Realtà, definendola illusoria, un mondo a parte che non ha nulla a che fare con noi? Ognuno reputa di potersi creare la propria realtà, di poter soddisfare da solo qualsiasi bisogno. Siamo nel regno dell’assurdo! La Felicità però è un affare che non ci deve sfuggire, perché ci rappresenta al massimo grado. C’è in gioco l’irripetibilità del nostro presente, del nostro futuro. E per non viver di rimpianti, bisogna vivere prendendo consapevolezza di chi siamo, e di ciò che ci sottende, di ciò che ci lega, che ci dà animo. Non bisogna però credere di poter “dare” a nostro piacimento un senso alla nostra vita, per comodo, perché non siamo noi a dare un senso alla Vita (a ritrovarlo casomai), sennò implicheremmo che la vita di per sé non avrebbe alcuno, e questa sarebbe solo una scelta dettata dall’utilitarismo, dal tornaconto. Ebbene noi non diamo senso proprio a nulla: semmai è il Senso che dà ragione alla nostra possibilità di darne uno. La vita ci richiama al senso che è in noi, ma che non è però direttamente noi stessi ! Scavate nelle vostre anime e vedrete quanta bellezza vi riserba il vostro cuore! D’altronde come sarebbe possibile “scovare” un senso in qualcosa che ci è estraneo se in noi stessi non vi fosse già la definizione del senso stesso? Allora è proprio vero: il simile conosce il simile e la realtà unifica le esperienze. Una cosa sarà bella non a caso, ma perché ci corrisponde. Proveremo davvero amore verso qualcuno non fortuitamente, ma perché risponde alle esigenze del nostro cuore. Perché risponde e s’intona alle vibrazioni e ai colori della nostra anima: ciò è da porsi a fondamento dell’armonia. L’idea stessa di Dio non quindi un concetto che è possibile creare a nostro piacimento, ma consiste nella risposta alla domanda ultima , la massima espressione della nostra essenzialità, il collegamento supremo che vi è tra la nostra anima, il corpo e la Realtà che ci circonda come testimonianza d’infinito. Ecco dove la tecnologia, il materialismo basso e gretto, non possono e non potranno mai arrivare. Il fondamento della nostra Felicità sta dunque nell’Amore, nell’amar se stessi, il proprio destino, e gli altri  non esclusivamente per i pregi, o per le qualità di noi stessi o degli altri che ci possono tornar sempre comode, ma per la totalità della nostra e della loro essenza. Amare quindi sia i pregi, ma soprattutto i difetti e saper dare il giusto peso ad entrambi. Amare quindi resta l’atto supremo per l’essere umano, e chi riuscirà ad amare tutti indifferentemente e gratuitamente, che siano familiari, parenti, amici, fidanzate/i, conoscenti e sconosciuti, avrà compreso la propria esistenza. L’Amore quindi, per esser ritenuto davvero tale, lo sarà quando diverrà accettazione plenaria del proprio sé come microcosmo, e dell’Alterità tutta, riconoscendo e ritrovando il proprio posto nel cosmo degli infiniti astri dell’universo. Proprio come recita l’ultimo verso del Paradiso di Dante (XXXIII, 145) “l’amor che move il sole e l’altre stelle” sarà il tramite per un atto di Bellezza, la somma guida per la via che porta alla Felicità.

    “Chi cerca Dio è come un bambino che non sa se c’è del pane da qualche parte, ma che grida di avere fame. Il pericolo consiste non nel fatto che l’anima dubiti se c’è del pane o no, ma il pericolo sta nel fatto che si persuada con una menzogna di non avere fame. Può persuadersene solamente con una menzogna, perché la realtà della sua fame non è una credenza, ma una certezza. Può dubitare di Dio, ma non del fatto che lui abbia fame di Dio”. Simon Weil .

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