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    I fasci siciliani dei lavoratori- Quando la parola fascio aveva un significato positivo 

    Tempo di lettura: 2 minutiDi Simone Bellitto

    Vi furono tempi in cui anche la parola “fascio” non necessariamente aveva i connotati negativi che, purtroppo, ha acquisito nella prima metà del secolo scorso. Esattamente 120 anni fa, in Sicilia, per la precisione a Catania, il primo maggio del 1891, videro ufficialmente la luce i Fasci Siciliani dei Lavoratori, di ispirazione socialista. La fondazione è dovuta a Giuseppe De Felice Giuffrida, che formalizzò i movimenti spontanei che già da alcuni anni avevano preso piede nella parte nord-orientale dell’isola. La situazione nel profondo Sud post-unitario non era di certo idilliaca. Le disattese promesse di redistribuzione delle terre, con una sorta di processo di “morbido neo-feudalesimo”, aveva indirizzato la distribuzione di proprietà terriere e ricchezze a favore degli antichi grandi possidenti. Tutto, pertanto, staticamente teso a favorire la classe benestante. Inizialmente, come ben sappiamo, le promesse eluse avevano prima causato il triste eccidio di Bronte, e in seguito le scorribande montanare del brigantaggio. A quasi trent’anni dall’Unità, con l’acuirsi della “questione meridionale”, nacque da queste premesse quel movimento generalizzato che riguardò le classi meno abbienti, che rabbiosamente rivendicavano i propri diritti: braccianti agricoli, lavoratori delle miniere e “zolfatai”, proletariato urbano. Forze che si proiettavano allo scontro contro lo Stato borghese, che temeva che queste nuove forze dal basso riuscissero a esprimere la propria voce di dissenso. Ed è per questo che da un lato, a sostegno del movimento, il già citato Giuffrida, Rosario Garibaldi Bosco (fondatore del Fascio di Palermo e del Partito dei Lavoratori Italiani), e Napoleone Colajanni (uno dei leader indiscussi del movimento) portavano avanti le lotte dei ceti disagiati. Dall’altro lato, però, il movimento appena nato subì le critiche dei pensatori siciliani, vicini all’opinione del governo di Francesco Crispi. Essi vedevano in questo tentativo di “sovversione” crepe di instabilità dell’ordine costituito e derive anarchiche. Giovanni Verga, Luigi Capuana e Mario Rapisardi appartenevano a questa schiera. Rapisardi sosterrà l’intempestività del programma dei moti e l’inefficienza dei capi socialisti. Verga plaudirà azioni repressive e punitive. Un esempio lampante è l’opera Dal tuo al mio (1902), sintesi perfetta del sentimento unitario codino comune all’èlite intellettuale del periodo. Il movimento, vessato e scarnificato, che comunque sfiorò l’insurrezione popolare nell’autunno del 1893, purtroppo si spegnerà. Il 20 gennaio 1893, a Caltavuturo (PA), la dura repressione da parte di carabinieri e soldati armati di fucile causò la morte di tredici uomini fra i manifestanti. L’anno dopo, nel 1894, il governo “crispino” attuò l’energica soppressione dei tumulti, usando il “pugno di ferro”. I Fasci furono ufficialmente sciolti, e i dirigenti del moto arrestati ed imprigionati per opera di Roberto Morra di Lavriano, commissario Regio. Nonostante la manovra non sia andata a buon fine, l’esperienza dei Fasci Siciliani rimase comunque illuminante ed emblematica, e, soprattutto, rappresento una sorta di “traccia” che vari movimenti popolari avrebbero in seguito ripercorso per la rivendicazione delle proprie prerogative. Consapevolezza che rimane su quanto il popolo, nella sua volontà e potenza di associazione, potrebbe superare quei limiti imposti dalla propria condizione sociale, per il miglioramento delle qualità necessarie allo sviluppo di una vita, se non ideale, quantomeno più accettabile.

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