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    La libertà di Benjamin Costant 

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    “La libertà degli antichi, paragonata a quella dei moderni”,
    di Benjamin Constant

    Temi come quello della libertà, della democrazia, nascono con il nascere dell’uomo, con il nascere delle organizzazioni sociali e della vita d’insieme, della convivenza, della condivisione. Temi mai fuori moda, con alle spalle secoli e secoli di storia e di teorizzazioni, di lotte, di guerre e di morti, temi che hanno rappresentato e rappresentano un credo, uno stimolo per andare avanti, per lottare. Ideali intramontabili.

    Proprio in merito questi, nel non troppo lontano 1819, Benjamin Constant (Henri-Benjamin Constant de Rebecque, scrittore e politico francese di origine svizzera, nato a Losanna nel 1767 e morto a Parigi nel 1830) pronunciò nell’Athénée Royal un discorso sul quale si è dibattuto e sul quale si dibatte tuttora, che l’ha reso il più celebre esponente del liberalismo europeo del primo Ottocento. La sua esperienza – mai troppo sbilanciata verso la mera teoria e, altrettanto, mai priva di esperienza pratica sul terreno – così come la sua filosofia, è tutta presente in questo discorso. La sua concezione della libertà è, come ha sostenuto Benedetto Croce, “non edonistica ma etica”, con una “sensibilità romantica unita a una intelligenza illuministica” (D. Cofrancesco). Ma quando si parla di libertà, automaticamente si parla di democrazia, la quale «pone la libertà al servizio dell’uguaglianza». A questo punto, è d’obbligo una premessa. Il concetto di democrazia (dal greco “démos” ossia popolo, e “cràtos” ossia potere) nasconde in sé una contraddizione (Gallie W.B.: Essentially contested concepts, in Proceedings of the Aristotelian Society): se un popolo decidesse “democraticamente” di scegliere per sé un governo anti-democratico, la democrazia a quel punto si interromperebbe, pur essendo questa interruzione una scelta democratica e la cui contestazione andrebbe contro quella che è stata una scelta democratica.
    La democrazia, lo ricordiamo, fu favorita dell’evoluzione mercantile dell’aristocrazia e le varie rivoluzioni (inglese, francese, americana e via dicendo) portarono alla definitiva affermazione della democrazia, abolendo i vincoli feudali e facendo salire – nel corso dei secoli – i contadini e gli operai al rango di cittadini con pieni diritti civili e politici.

    Entriamo quindi brevemente nel merito del discorso di Constant, la cui trattazione potrebbe riempire pagine su pagine e far nascere dibattiti infiniti. Come modello iniziale – come biasimarlo? – di democrazia viene tirata in ballo l’Atene, quell’Atene madre della democrazia nell’età clistenica. Una prima distinzione emerge sin dalle prime righe di questo discorso e si protrae per tutta la trattazione: la libertà degli antichi ha un carattere più pubblico, è un’autonomia politica collettiva (nella quale, come Constant afferma, emergono «le qualità e i talenti naturali di ciascuno ovvero le diseguaglianze naturali meritate») a differenza di quella dei moderni dal sapore più privato, intesa come libertà individuale, ma più omologante. La concezione autonomia politica collettiva, quindi, oggi manca così come mancava un tempo l’autonomia individuale di cui godiamo oggi. I nostri governi infatti sono rappresentativi, nel senso che i rappresentanti da noi scelti (democraticamente!) hanno il compito di rappresentare il popolo, di farsi portavoce del démos che, concedetemi il termine, se ne sta a casa in poltrona. Invece, nell’antichità il popolo (i cittadini che potevano godere dei pieni diritti di cittadinanza erano circa un quarto del totale, essendo esclusi schiavi e donne e chi non avesse caratteristiche di nascita e censo adatte) esercitava sì collettivamente, ma direttamente (senza la nostra rappresentatività) molte funzioni politiche. Tutto questo però andava a discapito della libertà dei singoli all’interno della comunità: i cittadini erano totalmente asserviti all’“autorità” (ricordiamo ad esempio provvedimenti come l’ostracismo, meccanismo per il quale c’era una sorta di votazione tra chi non si voleva più nella propria città: chi riceveva il maggior numero di voti veniva ostracizzato, ossia mandato in esilio per dieci anni), tanto che Plutarco diceva simpaticamente che «tra gli spartani Terpandro non può aggiungere una corda alla sua lira senza offendere gli efori».

    Oggi si è sottoposti alla legge, un qualcosa potremmo dire di convenzionalmente riconosciuto che sfugge dall’arbitrarietà di scelte prese da singoli individui, e possiamo ben immaginare come queste scelte potrebbero violentare la libertà privata incarcerando, esiliando, uccidendo. Siamo da questo punto di vista più tutelati, e anche gli ateniesi lo erano, o meglio, il loro ordinamento era più vicino al nostro, erano più emancipati rispetto ai loro contemporanei. E come lo si spiega? Constant sostiene che questa emancipazione derivi dall’essere, quello ateniese, un popolo di commercianti ed il commercio cambia i meccanismi che fanno funzionare un determinato ordinamento, subentrando interessi economici che hanno il sopravvento su interessi di altro tipo, la priorità va agli interessi individuali che si contrappongono a quelli pubblici i quali, rischierebbero di ostacolare il commercio stesso. «Il commercio […] è un tentativo di ottenere per via amichevole ciò che non si spera più di conquistare con la violenza. […] La guerra è l’istinto, il commercio è il calcolo. […] Fra gli antichi, una guerra vittoriosa aumentava la ricchezza pubblica e privata […] Fra i moderni, una guerra vittoriosa costa infallibilmente più di quanto non renda». L’autore a questo punto fa un azzardato paragone con la libertà delle donne ateniesi, libertà che dalle fonti storiche si sa essere ben poca se non proprio nulla.

    Un’altra tesi da lui sostenuta è quella che la Rivoluzione francese commise l’errore di voler dar vita un determinato tipo di libertà (quella di tipo antico) in un contesto nel quale era possibile la sopravvivenza di una libertà conforme a quella moderna. Contesta Rousseau sostenendo che «Il rimpianto che esprime dappertutto nelle sue opere, è che la legge possa raggiungere solo le azioni. Avrebbe voluto che raggiungesse i pensieri, le più fugaci impressioni, che perseguisse l’uomo senza tregua e senza lasciargli un asilo dove potesse sfuggire al suo potere».

    Ora si sale un nuovo gradino e si osserva l’argomento da un nuovo punto di vista. Cosa impedisce ai moderni di vivere la libertà come la vivevano gli antichi? Innanzitutto nessun cittadino del presente sacrificherebbe tanto la sua libertà (e potremmo dire la sua sicurezza) privata per godere di una partecipazione politica più diretta. Una democrazia la si potrebbe ottenere con i moderni mezzi di comunicazione, con il web, ma è importante sottolineare che l’intervento diretto dei singoli cittadini nelle faccende politiche pubbliche era legato alla polis in questione e quindi ad una sola città e non, come sarebbe per noi oggi, ad un intero stato: i numeri crescerebbero troppo, il territorio sarebbe troppo esteso e il tutto troppo poco controllabile.
    Spesso la discussione politica si muove verso zone più teoriche che concrete e, il singolo cittadino, dà la priorità al commercio (volendo mantenere l’esempio precedente) e agli interessi privati piuttosto che a teorizzazioni dalle quali potrebbe non trarre alcun vantaggio oltre che perdere tempo. Poi, argomenta Constant, essendo stata abolita la schiavitù, si è notevolmente ridotto il tempo libero di cui ognuno può disporre dovendo lavorare e quindi manca il tempo quotidiano necessario a potersi dedicare “come si deve” alla politica, e quando non è il lavoro a togliere tempo, c’è la guerra. «Come inevitabile conseguenza della scarsa estensione [delle repubbliche antiche], lo spirito di tali repubbliche era bellicoso. […] Quelli che non volevano essere conquistatori non potevano deporre le armi, sotto pena di essere conquistati» E, diciamocelo francamente, se avessimo del tempo libero in una società come la nostra, lo spenderemmo per dedicarci alla politica? In effetti un po’ di tempo libero l’uomo moderno – anche grazie alla meccanizzazione di molti lavori – ce l’ha, ma preferisce dedicarlo a sé, al soddisfacimento dei propri bisogni, ai propri hobby che raramente coincidono con la politica ma sempre più spesso con il “consumo”, con il divertimento e, sfortunatamente troppo spesso, con il non far niente. «Il pericolo della libertà moderna è che, assorbiti nel godimento dell’indipendenza privata e nel perseguimento dei nostri interessi particolari, rinunciamo con troppa facilità al nostro diritto di partecipazione al potere politico. I depositari dell’autorità non mancano di esortarci a ciò. Sono così disposti a risparmiarci ogni tipo di noia, tranne quella di obbedire e pagare! […] No, Signori, non lasciamo fare; per quanto sia toccante un così tenero interessamento, preghiamo l’autorità di restare nei suoi confini; le basti esser giusta. Ci incaricheremo noi di essere felici».

    Tornando un attimo, per concludere, al concetto di democrazia quindi, mi piacerebbe ricoprire l’ultimo tratto temporale, quello del quale Constant non si è potuto occupare e che va dall’Ottocento inoltrato ai giorni nostri. Nell’era “contemporanea” la maggior parte degli stati del mondo si può definire democratica ma, a bene vedere, non è esattamente così. Infatti, di democrazie se ne potrebbero distinguere tante, ma di gradi diversi, rendendo il concetto di democrazia non più unico, ma differenziato. Il settimanale The Economist, tra gli altri, si è dedicato ad uno studio per creare dei parametri di riferimento ed identificazione per i vari gradi di democrazia: il Democracy Index. Quest’indice esamina quasi centosettanta nazioni stilando una classifica che individua nazioni che hanno un valore di democrazia che varia dallo zero al dieci. A fine 2010 tale studio metteva al primo posto, con il valore più alto, la Norvegia e all’ultimo la Corea del Nord. L’Italia era piazzata al ventinovesimo posto risultando una “democrazia imperfetta” e rientrando all’interno di quelle che Colin Crouch ha denominato “postdemocrazie”.

    Facendo un bilancio tra l’antico e il moderno Benjamin Constant conclude: «Diffidiamo dunque, Signori, di queste ammirazioni per certe reminescenze antiche. […] Non è affatto alla libertà politica che voglio rinunciare; è la libertà civile che rivendico […] Noi abbiamo ancora oggi i diritti di cui fummo in possesso da sempre, gli eterni diritti a dare il consenso alle leggi, a deliberare sui nostri interessi, a essere parte integrante del corpo sociale di cui siamo membri. Ma i governi hanno nuovi doveri».

     

    Daniele Pio Caldarola

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