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    Cronache del comizio di Vendola a Vittoria 

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    Di Giulio Pitroso

    15 Maggio 2011. E’ una mattina assolata, quasi il cielo la voglia benedire. Vittoria, con il suo labirinto di strade e parole, di uomini crudi, di volti scuri, è animata dal fuoco delle elezioni. Comizi e bandiere. E’ in questo giorno che è arrivato Nichi Vendola, volto televisivo e arcinoto della politica, affabulatore e carismatico Berlusconi di sinistra, come lo definiscono in molti. Marchiato dal nome semplice e chiaro, come Silvio, Vendola è un’icona; lo conoscono anche quelli che di politica non sanno nulla.
    In questo giorno di caldo è arrivato in provincia. Nel pomeriggio si sarebbe spostato a Marina di Ragusa. Ma nelle ore più focose è in questo paese agricolo, questa città di mafia, di brutte storie e, come avrebbe detto meglio Dickens, di grandi speranze.
    Vendola arriva su un’auto con la sirena, ha le sue guardie del corpo- o almeno sembrano tali- e dà, nell’insieme, l’immagine di un uomo blindatissimo. Saranno ragionevoli preoccupazioni, sarà che i calvari di discorsi e incontri, di parole con la “o” chiusissima, molto pugliese, lo stancano, ma avvicinarlo non è sempre facile. Vendola sul palco assomiglia a una specie di Cristo di 50 anni, con i capelli bianchi e una vocazione alla giovinezza tradita dai fatti, dal tempo; sembra assuefatto dallo sforzo, ma anche schiacciato dallo stesso. Ha la voce rauca, come la si ha quando ci s’è svegliati da poco. Il palco, con le bandiere e tutto il resto, sta dirimpetto a una folla di circa 200 persone- ma le stime sono molto difficili-, di cui una buona parte ragazzi. Sventola la bandiera della Federazione della Sinistra in mezzo al pubblico, da queste parti alleata a SEL, unite nella corsa a sindaco nella figura di Garofalo.
    Vendola parla. Verrebbe facile pure ai meno fantasiosi associarlo ad una specie di prete, che fa omelie dall’altare- sarà forse a causa dei toni-: parla di Incardona (Forza del Sud) e di quanto sia assurdo che la destra a Vittoria debba rappresentare la novità, quando in tutta Italia il Berlusconismo è in crisi. “La verità ci farà liberi dal peccato” dice, prima di entrare nel merito di questioni relative alla sua giunta regionale, ai famosi problemi che l’hanno attraversata e di come questi siano stati resi noti più di altre deplorevoli magagne che toccano la Destra e la Sanità nel nord. Parla di Agrigento, Gela e Vittoria, quasi a disegnare un triangolo del degrado, delle aspettative di un turista deluso, dello scempio che s’è fatto della nostra terra. Attraversa poi il tema delle Fabbriche di Nichi, che hanno riscosso un certo successo. E poi parla della generazione “lavoro mai”, paragonandola agli ergastolani, gli unici cui si possa dire “fine pena mai”: “Una condanna per i vostri figli” tuona dal palco. Al centro dei suoi discorsi la “generazione di talenti di cui la Sicilia ha un disperato bisogno”. Passando per citazioni di Brecht, Leopardi, Togliatti, disegna il quadro del Paese, quello dei rischi del nucleare e tende a sottolineare l’importanza di un “patriottismo del pianeta”, legandolo alla poesia “La Ginestra”, quel manifesto di solidarietà e socialismo ante litteram (anche se qui c’è tutto lo spazio per le libere interpretazioni) per il Giacomo nazionale. “Dose significative di rincoglionimento di massa” è ciò che vive la gente, secondo Vendola. E’ ciò che permette a Berlusconi di dire che “Putin è un dono di Dio”, nonostante i 200 giornalisti ammazzati circa durante la sua era. Non mancano i riferimenti alla rete e alla sua generazione, che “nella rete sta omogeneizzando le domande di libertà”.
    E poi i suoi capelli bianchi alla luce più dura, mentre parla dell’invecchiamento, di una bellezza che non sia corporale: riferendosi alla Santanché e al suo schieramento,“c’è una bellezza che neanche presuppongono”. “Io non lotto per distruggere Berlusconi” chiarisce, proseguendo il discorso sulla bellezza sopracitata “ma per distruggere il Berlusconismo”. Poi il paradosso: “bisogna liberare Berlusconi dal Berlusconismo”. Perché, per Vendola, la vecchiaia non deve essere una malattia. Sogna la cooperazione delle piccole aziende, la distruzione della dittatura della chimica nell’industria vinicola, la riconnessione dell’Università al ciclo economico. Nel frattempo qualcuno sviene tra il pubblico, ma non sembra nulla di grave. E Vendola continua. Si passa per l’emigrazione, per le carceri- ci tiene molto Nichi a ricordare che ha contribuito a mandare della gente in galera, ma che ne vuole tutelare i diritti dei galeotti-, delle discariche sociali, in cui emergono epidemie di scabbia. Non dimentica neppure la storia dell’aeroporto di Comiso e fa riferimento all’aumento del quintuplicato traffico aereo in Puglia, grazie alla costruzione di una rete di voli low cost.
    Ad ogni occasione Vendola si lascia andare a una certo messianesimo, quasi fosse venuto a salvare il mondo. “La Sinistra non sia un bel ricordo del passato, ma una promessa di futuro” dice in chiusura, quasi a volersi tatuare addosso un ruolo profetico. Sembra che abbia la giusta soluzione per tutto, in un momento in cui i suoi avversari e i suoi maggiori alleati balbettano. Ma è un fare rischioso, si capisce. Si finisce per adulare qualcuno, un uomo, che non può essere un santo. A questo proposito, subito dopo il comizio, dopo aver cantato “Bella ciao” con il cantautore Renato Bucchieri e tutta la piazza, lo accoglie un bagno di folla: tutto lo vogliono toccare. Sembra lo si tratti come qualcosa a metà fra una celebrità della televisione e un messia. Alcune testimonianze lo vogliono non molto ben disposto a questo contatto, molto meno popolare di quanto ci si aspetti che sia.
    Le Fabbriche di Comiso cercano di incontrarlo. “Facciamo un agguato” dice ridendo un ragazzo: ci mettiamo ad aspettarlo davanti al ristorante dove sta andando a pranzare, dove lo attende una selezione di uomini del partito e di area affine. I ragazzi delle Fabbriche aspettano; qualcuno si complimenta con Eugenio, che li ha rappresentati sul palco qualche ora prima. Sembrano un misto di giovialità ed eccitazione. Lui, Vendola, li vede, prima li ignora, poi, intesa la loro identità, s’avvicina e fa con loro un videomessaggio da postare su Youtube. Però, appena ci avviciniamo, Vendola ci elude. Va a salutare il sindaco uscente, Nicosia, accorso davanti al ristorante. Quando ha finito, s’allontana. Mandiamo qualcuno avanti in esplorazione. Ci fa sapere che non rilascia interviste, preferisce fare una chiacchierata con uno dei nostri. Il tentativo, quindi, è vano.
    Dovremo aspettare alcune ore, prima che si riesca, con diversi sforzi e lunghe attese, ad intervistarlo nel tardo pomeriggio a Marina di Ragusa.

    About the author: Giulio Pitroso

    Giulio Pitroso, nato nel 1989 a Ragusa. Laureato in Lettere Moderne a Catania, in Culture Moderne Comparate a Torino. Ha collaborato con Il Clandestino con Permesso di soggiorno, Sciclipress, IlMegafono.org. Ha diretto dalla sua fondazione Generazione Zero Sicilia fino al luglio 2012. Dallo stesso anno è presidente di Generazione Zero. I suoi articoli sono stati ripresi su Liberainformazione e i Siciliani giovani.

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