Migranti, giovani, precari, ambiente|domenica, marzo 29, 2020
Ti trovi qui: Home » Cultura e creatività » Scrittura creativa » Tubercolosi- Parte I

    Tubercolosi- Parte I 

    Tempo di lettura: 3 minuti

    Di Giuliano Spadaro

     

    TUBERCOLOSI:Malattia infettiva, specifica, contagiosa, caratterizzata dalla formazione di tubercoli in vari tessuti dell’organismo umano e animale, dovuta al bacillo di Koch.

     

    Lo sento, lo sento il verme che mi mangia dentro, che mi fa sputare, che ride, lui ride quando mi piego all’ ennesimo colpo di tosse. Da un anno conosco solo questo orizzonte, quella sottile striscia di verde che trema, quando mi sporgo dalla finestra, la mattina, quando picchia il sole. E poi sputo, mentre so che il verme mi rode cuore e anima, deciso a soffocarmi, a pisciarmi in testa. E sembra tutto finito, e sembra tutto finto. La sera me ne sto lì, seduto sul letto, a sfogliare riviste ingiallite, e sentire Pippo Baudo che, allegro, fa mostra di sbattersene, che io sto morendo. Ma a Lorenzo piace, Pippo Baudo, e dobbiamo sorbircelo tutte le sante sere. E non gliene frega niente dei nostri sogni, quelli infranti, quelli che abbiamo abbandonato sulla panchina in un parco, sotto le fronde degli alberi, o al mare, quando le onde si rompono sulle rocce, dove la schiuma è bianchissima, come un velo di Maria.

    Se ne sbatte dei giorni che abbiamo vissuto, li abbiamo persi, poi ripresi e ripersi ancora, se ne sbatte che tutte le sante mattine, quando mi sveglio, io ci vomito su quei miei amati sogni. E chiamalo stronzo. A chi vuoi che importi. Lorenzo almeno ha Pippo Baudo, e ha le riviste coi programmi della tivù, ma non quelle normali, lui ha quelle colle donne nude dentro. Ogni tanto anch’ io gli do un’occhiata, le giro e le rigiro, è bello sentire il fruscio delle pagine che svolazzano tirandosi avanti e indietro l’una con l’altra. È un frastuono in mezzo a tutto quel silenzio. Le giro e le rigiro, ma non vi trovo mai il volto di Marta, e tiro un sospiro di sollievo. Marta, coi capelli nerissimi e lunghi, come spaghetti, con quelle gambe sottili e nervose, me la ricordo così, avvolta nell’ azzurro del pigiama. Marta è già guarita, e da cinque mesi ha lasciato il sanatorio, con la mano ancora tremolante, ci ha salutati, e ha voltato le spalle, mentre la madre reggeva il borsone della biancheria, e uno zaino, colorato, coi bordi consumati, dove Marta teneva i suoi romanzi rosa.

    La retta che passiamo al primario è alta, e da un paio di mesi ci hanno portato la tivù col satellite. Fanculo a Pippo Baudo. Guardo spesso il canale di cacceppesca, ieri hanno passato il documentario sulla pesca d’altura nel nord del Madagascar, e c’ era un cazzo di vela che ha rotto tutte le lenze a colpi di spada, quel figlio di buona donna, tirando come un invasato. Faceva bestemmiare il malcapitato che in quel momento si trovava con la canna in mano. Cominciavo a provare simpatia per quel pesce: è una specie di spada, ma molto più grande, con la pinna dorsale altissima e blu. È un diavolo. Un pesce così sarebbe stato la rovina di Hemingway, avrebbe smesso di scrivere e si sarebbe trasferito a Nosy Be, per la speranza di catturarlo, quel maledetto. Sono stato a guardare tutto il documentario, imprecando contro Lorenzo, che non gliene fregava niente, e si lamentava. Poi mi sono addormentato, cogli occhi tutti arrossati.

    Marta, colle braccia ossute, e coi suoi sorrisi larghi, e coi silenzi lunghissimi, quando sentiva che in me qualcosa non andava. Marta, che ora è guarita, per fortuna. Marta, quando dinascosto beviamo un bicchiere di Porto o di Marsala, che Gino, quello dello spaccio, mi passa sottobanco. Marta che sorride, perché pensa che è una cosa proibita, che con quegli occhi ci illumina la stanza, che, se apri la finestra, ci illumina tutta la giornata.

    Lorenzo la mattina entra in bagno, mentre sto facendo la barba, chè la faccio tutti i giorni, entra in bagno e lascia sul lavandino uno sputo vermiglio, e penso che Lorenzo sono ormai pochi i giorni che continuerà a sputarci, dentro a quel lavandino. Io rido, e gli dico che non è niente, anzi gli dico che è un bene, così almeno lo butta fuori, tutto quel veleno. E quando esce, io, davanti lo specchio, con la faccia insaponata, lo guardo trascinarsi dietro le ciabatte consumate, e gli dico di alzarli quei piedi, quando cammina. Lui sbuffa e non mi dice niente. Vorrei che Lorenzo si sveglia un giorno e non ha più niente, così può guardare tutti i varietà di Pippo Baudo.

    Aggiungi commento