Migranti, giovani, precari, ambiente|giovedì, maggio 23, 2019
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    Report dal cuore del movimento 

    Tempo di lettura: 6 minuti

    Di Giulio Pitroso

     

    Questa è una storia molto semplice e leggera del cuore del movimento studentesco. Non aspettatevi grandi dati, gradi descrizioni, ma fatti, fatti di vita quotidiana.

    C’è una gran confusione nel ventre di Fontanarossa. Uomini che partono, che tornano. La luce dei cartelloni luminosi con le loro partenze e i loro arrivi sono una Babilonia festosa e insieme inquietante. La spaesatezza abita spesso nei volti di questa gente, intenta a inseguire qualcosa. Qualcuno si dà allo scherzo. Dobbiamo aspettare più del dovuto, qualcosa non va, dicono, per il mal tempo. Allora aspettiamo. Aspettano gli uomini avvolti in grandi cappotti e frasi fatte, eleganti e miseri, aspettano i disgraziati, aspettano gli artisti con le loro chitarre, avvolte in nere bare di plastica.

    Infine saliamo sul mezzo. Qualcuno non vuole riporre gli arancini tra i bagagli, se li vuole tenere vicini, sotto la poltrona del passeggero che gli sta davanti; ma non si può, il caso vuole che, proprio in quel punto, scorra il sentiero per l’uscita d’emergenza. Ma il catanese in questione coglie ogni occasione per spostare il vassoio, per occultarlo sotto il suo sguardo, in maniera tale da non temere che l’arancino si schiacci. Viene ripreso più volte dall’assistente di volo.

    Il volo che mi porta al cuore dell’Italia, nella sede di Libera, arriva in tarda serata a Fiumicino. Lascio il caldo catanese. Scendo le scale in questa mutata atmosfera, dove altri terroni come me scherzano sulla temperatura. Siamo in pochi minuti in aeroporto.

    Ci vuole molto tempo per arrivare alla sede dell’Unione degli Studenti, la sede nazionale. La chiamano Villa Merda. Devo prendere un treno, l’unico che porta da Fiumicino a Termini. Costa parecchio, quasi 15 euro. Ma è l’unica via per un turista sprovveduto. Non saprei che altro fare.
    Perciò salgo sul serpente di vagoni e aspetto. Aspetto di arrivare. Il ritmo cadenzato dello scorrere sui binari concilierebbe il sonno. Il controllore su questa tratta sembra non mancare mai; almeno così ho capito. Dei signori anziani, che erano rimasti interdetti alle macchinette per far il biglietto- le quali non sembravano voler accettare cartamoneta-, sono adesso seduti nel grande ventre del verme di vagoni; discutono con un ragazzo, potrà avere vent’anni, forse calabrese. Il ragazzo parla della rigidità dei tedeschi, del fatto che in un locale dov’era stato si leggeva il giornale tranquillamente e poi, solo dopo, si metteva un tot in un cesto. Insomma, si parla di pagamenti basati sulla fiducia: qualcosa di simile avveniva in un altro paese nordico, dove il vecchio era stato; si telefonava e poi si pagava, ma “Gli Italiani i soldi nel cesto non li mettevano mai; telefonavano e se ne andavano”. Amarezza. Traspare l’amarezza di questi meridionali, passa via e si perde nel suono cadenzato del binario, nel paesaggio notturno. Poi, ci ritroviamo già in prossimità della destinazione. Due giovani, forse in prossimità della trentina, anche loro sembrerebbero calabresi, parlano della loro terra. “Con la mentalità che c’è da noi…” fa uno, quasi sospirando. L’altro gli fa eco “Speriamo che le cose cambino”. Parlano con sofferenza delle condizioni che si vivono nel meridione. Intanto, il treno è arrivato, i discorsi si perdono sulla piattaforma, in una diaspora di infelicità antiche.

    Termini. Prendo la metro. Per chi non ha grandi metropolitane in città o non è abituato ad usarle, queste bestie sotterranee, questi lunghi serpentoni metallici, sembrano assurdi. In questo frangente, con il gelo addosso, mi riscaldo muovendomi. Tengo gli occhi aperti: sbagliare una fermata sarebbe un grosso problema. Ci sono i ragazzi dell’Erasmus, gli americani, gli spagnoli; i volti dei migranti che attraversano le grandi stanze ricolme di mancanza; gli studenti. E i mille volti anonimi della grande città. Porte che si aprono e che si chiudono, tra gli annunci di una voce amica ma sintetica.

    Quando alla fine arrivo alla sede dell’UdS (Unione degli Studenti) è notte.

    Il coach del nostro progetto giornalistico abita a Roma e non si può muovere. Devo discutere con lui: questo è il motivo principale della mia partenza. La casa dove vive l’Esecutivo nazionale UdS è molto piccola: poche stanze, molta gente.
    Siamo in un periodo precongressuale. I mandati di quasi tutti i componenti del suddetto Esecutivo stanno per scadere: fra pochi giorni tutti torneranno a vivere appieno la loro realtà universitaria, allenteranno la morsa. Ci vorrebbe.

    I ragazzi mi accolgono calorosamente. Si chiacchiera, si discute di Villa Merda, del suo archivio, della sua storia. “Questa casa ha un archivio storico lì, all’ingresso, c’è tutta la nostra storia” dicono, indicando uno scaffale pieno di fogli e carte arruffate. Si parla di sindacalismo studentesco, come anche di politica. Tutte cose che si possono leggere altrove e che qui non troverebbero spazio degno alla loro natura. Giunge la notte.

    L’attività non smette mai. Qualcuno è sempre all’opera per qualcosa. Ci siamo appena alzati: il primo argomento della giornata ha a che fare con i nuovi membri dell’Esecutivo futuribile.

    Poi ci sono tutte quelle attività da fare fuori Roma. Bisogna mandare uno dei membri nel Sud Italia, ma c’è anche bisogno di fare lo stesso in Emilia. Coordinare tutti questi spostamenti per convegni sulla Legalità, iniziative, campagne e dinamiche interne al movimento è dura. Porta anche a chiudersi in questo attivismo frenetico, a non poterne più uscire. L’interesse è tutto votato al grande congresso. A tal proposito, uno dei ragazzi mi dirà che non gioca al computer da anni; mi cita l’ultimo gioco su cui si è svagato e noto che vi sono stati almeno due sequel. E questo perché ha smesso di giocare. Non ne ha il tempo.

    Raggiungiamo la sede di Libera. Nel viaggio d’andata Tito, coordinatore UdS uscente, mi spiega della necessità di stare a Roma. “Se non stai qui, perdi almeno il 50% di impatto mediatico per ogni iniziativa” dice. “Tutto il centro è a Roma” continua, pur ammettendo che non è proprio felice di questo. A Libera c’è uno spazio per Link e per l’Uds. E’ proprio un ufficio: parte dei vertici della Rete della Conoscenza sono qui. C’è pure Claudio Riccio di Link. Sono tutti al telefono. O al computer. Devono mandare in stampa il loro inserto su Terra, un periodico nazionale. Parlano fra loro, cercano titoli azzeccati. Questa gente si ferma solo per mangiare. E’ per questo che riesco a intervistare Tito solo in pausa pranzo e Claudio solo dopo cena. Io comunque riesco a fare ciò che dovevo per il progetto.

    A pranzo scendiamo giù al bar. Mentre mangiamo un panino, compare un personaggio famoso; prende due pizzette, le mette una sull’altra, in maniera tale che il pomodoro sfreghi contro il pomodoro, le divora. E’ un famoso giornalista. La ragazza al banco ci scherza su: “Quando sarai famoso, non ti scordare di me”, o qualcosa di simile. Si rivolge a Tito, a me. Noi ridiamo.
    Più tardi scenderò a prendere qualcosa, costretto dalla fame. Qui il barista mi dirà che apre presto al mattino. “Tu vieni alle cinque, che ho i cornetti caldi”. Sembra un incentivo al risveglio, questo della colazione. Ci tengo.

    Alle sette si chiude bottega, come se si stesse al lavoro. Hanno finito. S’intrattengono qualche minuto e tornano a Villa Merda. “Quando si è in Autunno, si può finire anche alle due di organizzare” fa Roberto Campanelli. “E ci sono tutti gli spostamenti: io ho fatto cinque tappe in treno, dormendo in treno” dice Tito, riferendosi a uno dei numerosi giri per i territori. Si arriva a casa distrutti, si cena.
    In Tv c’è Annozero. Alcuni dei presenti sono stati ospiti in studio. Guardiamo tutti le solite chiacchiere sulla Libia. Quelle dei politici in studio sembrano discorsi da bar, senza nessuno spessore; sono quasi le stesse cose che si sentono dire per strada. Non c’è analisi. E quella che notiamo non è una distanza anagrafica, ma di mentalità, di capacità di giudizio.

    Da questa parte, quella che si respira è un’aria progettuale, ci si sta riappropriando dell’idea stessamdel progetto, del creare, dell’immaginare una società diversa, nuova. I ragazzi afferrano questo dato essenziale: qualcosa si prepara. Qualcosa si può fare. Non è, a dirla tutta, un “Che fare?”, battuta su cui si chiude “Fontamara” di Silone. La distruzione di tutto, le macerie di tutti i valori sembrano fornire adesso l’occasione giusta per fare qualcosa. Non più un disperato domandarsi cosa fare sotto la cappa di orizzonti senza futuro; ma un chiedersi cosa costruire, ora che tutto potrebbe essere possibile.
    Mentre il dialogo pacato infervora sul teleschermo, io saluto tutti e vado via. Mi attende la lunga strada del ritorno. La notte è, più che altro, buia. Non ha alcun fascino preciso; mette, al massimo, un po’ di inquietudine. Questa parte di Roma è svuotata e spenta.
    Io ritorno alla foresteria di Libera, dove sono gentilmente ospitato. Attraverso i lunghi viali del centro romano, a lunghi passi. Mi lascio il Colosseo sulla sinistra. Le distanze sono lunghe, anche se la meta sembra vicina; il freddo intanto ricama tagli sui voli dei passanti. Il punto d’arrivo, alla fine, è raggiunto: l’ospitalità e il caldo ristorano.

    Sono le cinque del mattino, quando la sveglia urla. Mi alzo. Carico tutto nel mio zaino. Sono pronto. Chiudo il portone dietro di me. E’ ancora notte. Pochi bus passano per la striscia d’asfalto. Rari taxi. Quasi nessun passante. Rari nantes in gurgite vasto. I miei piedi mi spostano fino al bar. Aspetto la gustosa colazione. Lontano due netturbini parlano fra loro; il freddo è quanto mai gelido. E’ un bar chiuso, per il momento, come tanti altri; ma, se aspetto, si trasformerà in un incentivo importante per affrontare il viaggio. Resto in piedi vicino al luogo, alla fonte benedetta di cappuccino. Sembra quasi faccia da guardia al sepolcro; ma deve essere il freddo a suggerirmi questa solennità, a costringermi alla rigidità dei movimenti. Attendo, attendo e attendo. Oramai è troppo tardi. Devo andare. Che delusione.
    Il viaggio a piedi è ancora una volta lungo. Parlo con qualche migrante, mi faccio indicare la via. Uno mi saluta, fermo ad aspettare il bus. E’ una di quelle cortesie che non ti aspetti; ma, al mattino, si è in pochi a camminare per strada, è più facile ricordarsi di essere umani. Il freddo è forte. Non c’è l’odore del primo mattino, quello che genera la campagna e che giunge anche tra i palazzi; no, non si vedono neppure le ultime stelle, solo il buio. Sarà forse l’inquinamento.
    Alla fine, dopo aver preso un altro treno e aver aspettato l’aereo, ritorno in Sicilia. Catania mi accoglie con i suoi autobus, l’accento del dialetto, le situazioni particolari e assurde: uno dei cosiddetti pazzi calmi mi racconta della sua giocata al superenalotto e mi aggiorna sulle novità del campionato- senza che gli abbia chiesto nulla, ovviamente-, mentre le quattro ruote del pachidermico e rumoroso bus mi riportano all’interno della città.

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