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“HIM”, uno spettacolo sulla finzione del potere 

Him” è uno spettacolo della compagnia teatrale Fanny & Alexander che nel venticinquesimo anno della sua significativa attività artistica ripropone uno dei pezzi più interessanti del “progetto O-Z”, concepito nel 2007 con Elena Di Gioia e ancora carico di un’impressionante funzione catartica come testimoniato dalla recente apparizione presso il Teatro Coppola di Catania nell’ambito della rassegna primaverile “Aritmìe”.

L’interprete unico dell’esibizione è un istrionico Marco Cavalcoli, collaboratore ormai stabile della compagnia ravennate, che assume le sembianze di Adolf Hitler per attendere il pubblico in sala nella sua posa composta, inginocchiato al centro della scena con una bacchetta in mano. Dopo questa accoglienza un po’ surreale si accende la scena alle sue spalle e si illumina uno schermo sul quale, al ritmo degli energici gesti di Hitler, scorrono le immagini di una vecchia pellicola del 1939: “Il Mago di Oz” di Victor Fleming. Solo le immagini! Tutto il resto è prerogativa assoluta del dittatore-direttore d’orchestra: musiche, voci, rumori e sentimenti.

Sebbene in un primo momento questa modalità drammaturgica possa lasciare di stucco e sollevare un velo di scetticismo, a causa della sua difficile fruizione, è l’intreccio stesso della trama che favorisce un’epifania sulla funzione significativa di questa performance: aprire ad una riflessione sul potere. Infatti è proprio nel momento in cui Dorothy e il suo fedele cagnolino Toto smascherano l’inganno del Mago di Oz il gesto del “dittatore d’orchestra” apre uno squarcio verso un livello di meta-analisi inaspettato che permette di prendere coscienza di come il potere si regga su una finzione: il potente Mago si rivela un comune essere umano che incute terrore al popolo di Oz per mezzo di un macchinario che restituisce una sua immagine spaventosa e realizza degli effetti speciali che lasciano solo prefigurare la potenza dei suoi incantesimi; il direttore Hitler, simbolo del potere totalitario del ‘900, se fino a un attimo prima veniva percepito come colui che comandava lo scorrere di ogni singolo fotogramma ora sembra subirlo nello sforzo della sua velleità performativa.

Questo spettacolo permette di avviare un processo di presa di coscienza e di auto-critica sugli eventi, sulle forme di organizzazione e sui processi sociali della civiltà occidentale in quanto riporta sulla scena una storia che apparentemente è solo per bambini ma che pullula di metafore sull’autorità, sull’industria culturale e sul riscatto sociale. Mentre il tema del potere si intreccia con il percorso di formazione di Dorothy, infatti, si palesa un gruppo di “aiutanti” che la supporta nel suo viaggio: lo spaventapasseri a cui manca un cervello e che viene ricompensato con un PhD, l’uomo di latta a cui mancano le emozioni e che ottiene un orologio a forma di cuore, il leone a cui manca il coraggio e a cui viene conferita una medaglia. Queste sono tutte certificazioni di competenze di cui i protagonisti prendono coscienza solo dopo aver collaborato nell’impresa comune di aiutare la giovane protagonista: in fondo il Mago di Oz non è altro che la storia di un manipolo di giovani, subalterni ed emarginati che costruiscono la propria identità, smascherano la finzione del potere e ottengono il riscatto sociale.

Massimo Occhipinti

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