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Cronache dal confine

Andare a Pozzallo è un po’ come cambiare continente. Solitamente, passeggiando sulle bianche basole che compongono le strade della città, si viene sommersi da una miriade di uomini delle più disparate etnie, da una babele di lingue e di dialetti e da un’infinità di colori. Pozzallo è una cittadina di ventimila abitanti nella Provincia di Ragusa, sulla costa meridionale del Canale di Sicilia. Uno degli angoli più remoti della Sicilia e dell’Italia intera, da sempre al centro dei flussi migratori provenienti dal Nordafrica, che l’hanno resa una tra le località di sbarchi più celebri dopo Lampedusa.

Quando mi metto in viaggio per Pozzallo è una domenica mattina di Maggio. Mi accompagnano Giulio e Gianni, giornalisti di Generazione Zero. Pur essendo primavera inoltrata, il clima è ancora freddo e piovoso. Arriviamo in città verso le dieci del mattino. All’orizzonte, oltre la foschia del mare, emerge una grande nave mercantile. IMG_2172Guardando a destra si vedono altre navi attraccate al porto. C’è una cosa che però ci stupisce: per le strade non si vedono migranti. Dopo aver preso un caffè ci dirigiamo verso la nostra meta: in una sala convegni poco distante, infatti, terrà una conferenza Moni Ovadia, attore, scrittore e sostenitore della lista “L’Altra Europa con Tsipras” candidata alle elezioni europee. “Quale migliore occasione per fare il punto sulla questione dell’immigrazione nella Provincia di Ragusa?” Arriviamo di fronte alla sala. Alcune persone sparpagliate qua e là per la strada attendono l’arrivo del celebre ospite. Ne riconosco qualcuna, come Peppe Cannella, attivista no muos di Modica, e Paola Ottaviano di “Siciliamigranti”. Siciliamigranti è un osservatorio sul fenomeno dell’immigrazione verso le coste siciliane, formato da volontari provenienti da tutta l’isola. Chiedo a Paola qualche chiarimento sull’attuale situazione degli sbarchi: “Gli sbarchi non accadono più come prima. Dopo il 3 ottobre, dopo la strage di Lampedusa in cui sono morte 366 persone e 20 sono state dichiarate disperse, è cominciata l’operazione ‘Mare Nostrum’ da parte della Marina militare italiana. In realtà non si tratta di un vero e proprio sistema di salvataggio, il salvataggio lo fa la Guardia Costiera. La Marina militare fa operazioni militari: le navi pattugliano il Canale di Sicilia e prelevano i migranti direttamente in mare, poi li fanno sbarcare ad Augusta, a Pozzallo o a Messina. Mare Nostrum, a mio avviso, non è la soluzione. È soltanto l’ennesima toppa ad un sistema che non funziona: quelle barche in mare non ci dovrebbero essere. Per le mafie, inoltre, con tutti questi restringimenti, i guadagni aumentano, perché la volontà delle persone di attraversare la frontiera rimane sempre alta, quindi le organizzazioni criminali creano circuiti alternativi. E non è da pensare che le organizzazioni criminali che gestiscono le tratte siano isolate perché in Libia, ad esempio, lavorano in stretto contatto con i militari e con le autorità, com’era con Gheddafi è ancora adesso”.

Moni Ovadia tarda ad arrivare e tra gli organizzatori c’è un po’ di scompiglio. Io intanto continuo con le interviste. Parlo con Nicola Colombo, presidente della Camera del Lavoro di Ragusa: “Qui a Pozzallo c’è stata una situazione un po’ particolare. All’inizio le persone mostravano solo indifferenza, poi dopo la manifestazione razzista fatta da Forza Nuova, è stato costituito il comitato “Restiamo umani”. Quello è stato il punto di inversione rispetto ad un’eventuale deriva razzista. Non ultima c’è stata una polemica fatta dai cinque stelle di Pozzallo, che sostenevano che gli sbarchi mettessero in cattiva luce la città. Diciamo che c’è ancora una sorta di ambivalenza: da un lato c’è la discussione sul centro di accoglienza, sul sovraffollamento; dall’altro c’è una grande capacità nel reagire: i pozzallesi sono migranti di natura, per questo dovrebbero essere i primi ad accogliere questi fratelli che sbarcano.”

Con Moni Ovadia

Finalmente Moni Ovadia arriva, accolto dai saluti della folla. Sull’uscio della porta d’ingresso un omone sulla sessantina sta gustando un gelato: “Cicciu, ri matina ti cala u gelatieddu!” (“Ciccio, di mattina ti mangi il gelatino!”), gli fa un amico, “e puoi ti lamienti ca si duossu!” (“e poi ti lamenti che sei grasso!”) ribatte un altro. Entriamo nella sala. Alcuni bassorilievi di gusto esotico spezzano il bianco delle pareti. I posti a sedere sono tutti occupati, perciò rimango in un angolo, ad ascoltare le parole dell’ospite: “Io che sono figlio di profughi non posso che provare pena per chi scappa dalla guerra e dalla fame.” E continua: “Se passa la voce che l’Italia è un Paese inospitale siamo fottuti!” Il comizio continua per una buona mezz’ora e intanto fuori dalla sala smette di piovere. Dopo il comizio, Ovadia si intrattiene per qualche minuto: “Pozzallo naturalmente è uno di quei luoghi premuto da una situazione difficile” afferma, mentre la folla si disperde per la strada, “è chiaro che per le città di confine l’immigrazione diventa difficoltosa, perché si deve mediare con le forze più retrive, ma se si alza lo sguardo ci si rende conto quale risorsa può diventare. Certo, la cultura dell’integrazione va costruita”. Chiedo quale sia il suo pensiero sulla militarizzazione del Mediterraneo: “Beh, è chiaro che noi siamo completamente contrari: cos’è, vai con le navi contro le persone? Bisogna regolare l’immigrazione alla partenza, ma chi dice che il fenomeno si possa fermare fa solo demagogia. La verità è che dobbiamo accogliere i migranti perché sono il nostro futuro, e poi sono essere umani come noi: accanirsi contro un emigrante è come sputare ai nostri nonni in faccia. No, io non lo faccio.” L’incontro finisce e la strada rapidamente si svuota. Proviamo ad andare alla bottega solidale, luogo di integrazione per i giovani migranti, ma è quasi l’ora di pranzo e troviamo la porta chiusa. Non possiamo neanche accedere al centro di accoglienza, perciò torniamo a casa, col rammarico di non aver potuto scambiare alcuna parola con chi arriva dall’altro continente, eppure consci della ricchezza culturale che possono offrire le città di confine.

Giuseppe Cugnata

 

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